giovedì 29 dicembre 2011

GIUSEPPE PIANI, CARABINIERE SCELTO, UCCISO IL 29 DICEMBRE 1967

La storia di Giuseppe Piani, il carabiniere scelto che andò ad arrestare un pregiudicato con la sua Fiat 500, è tratta dal mio libro: "Al di là della notte" ed. Tullio Pironti
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«Vi auguro di trascorrere un buon Natale. Aspettatemi per il capodanno». Come ogni anno, il carabiniere scelto Giuseppe Piani aveva inviato una cartolina di auguri ai suoi anziani genitori. Il capodanno del 1968 lo doveva trascorrere in Sicilia, a Santa Teresa di Riva, in provincia di Messina, nella frazione di Misserio, dov’era nato trentotto anni prima, esattamente il 6 aprile del 1929. Gli piaceva ritornare tra gli aranceti che da bambino aveva attraversato in lungo e in largo sentendo l’inebriante profumo delle zagare che lo avvolgeva tutto intorno. Quel profumo che sentiva uscire dal bouquet della sposa ogni volta che andava a qualche matrimonio di un parente. Il profumo si diffondeva per l’aria circostante fino a creare atmosfere rilassanti. Gli piaceva guardare per ore i mandorli che fioriscono copiosi, anticipando la primavera e disegnando nell’aria nuvole bianche profumate. Gli mancava tutto questo da quando si era arruolato nell’Arma dei Carabinieri. E, ogni volta che poteva, scappava in Sicilia per ubriacarsi di quei profumi che avrebbe portato sempre con sé. In Sicilia, però, non ci sarebbe mai più arrivato. Si era mosso dalla sua isola a diciotto anni per il servizio militare. Dopo, la scelta fu quasi obbligata. Si arruolò nell’Arma dei Carabinieri. Per alcuni anni prestò servizio a Gaeta, poi a Bergamo, a Genova, a Milano, a Salerno e successivamente venne a trasferito a Torre del Greco, in provincia di Napoli. Qui conobbe una giovane donna, Vittoria Cerrato, che sposò nel 1959. Erano andati ad abitare nella vicina Sarno, in provincia di Salerno e la loro vita, fino a quel momento, era stata quella di una famiglia come tante, che aveva tra le prime preoccupazioni quella di crescere nel migliore dei modi le due figlie nate dal matrimonio, Carmelinda e Antonietta. Il Natale di quell’anno l’avevano passato a casa dei suoceri di Giuseppe Piani. La moglie, Vittoria, stava preparando le valigie per scendere finalmente in Sicilia. L’anno nuovo l’avrebbero festeggiato nella casa paterna. Ma nel giro di qualche ora, tutto sarebbe cambiato nella vita della famiglia di Giuseppe Piani.

Era il 29 dicembre del 1967. In caserma pochi militari. Molti erano in congedo per le festività natalizie. Alle ore 16,30 arriva una telefonata anonima al centralino della caserma e segnala la presenza in una barberia della città di un pregiudicato ricercato: Giuseppe Cosenza. Nei suoi confronti è stato emesso un ordine di carcerazione firmato dal Pretore. Doveva scontare dieci giorni di carcere. Erano giorni di festa e non c’erano disponibili auto di servizio. Diventava complicato arrestare un latitante senza auto. Giuseppe non si perse d’animo. Prese le chiavi della sua Fiat 500 e insieme al suo collega, il brigadiere Antonio Pizzo, entrambi appartenenti alla squadra di polizia giudiziaria della Tenenza di Torre del Greco, si avviò verso la barberia di Leonardo Ascione, dov’era stato segnalato il latitante. Lo trovarono effettivamente all’interno del salone di barbiere. I due carabinieri scesero dall’auto ed entrarono nel salone. «Sei in arresto», disse Giuseppe Piani rivolgendosi a Giuseppe Cosenza che era in attesa di radersi. Il pregiudicato, benché sorpreso, non oppose resistenza. «Va bene. Ma non c’è bisogno delle manette. Andiamo, vengo spontaneamente». Salì nella 500 di Giuseppe Piani (targata SA-106204) nella parte posteriore dell’abitacolo, mentre i due carabinieri erano davanti. Nessuno dei due militari si era accorto, però, che Giuseppe Cosenza aveva nascosto una pistola sotto la giacca. E nessuno dei due provvide a perquisirlo. Pensarono, forse, che una persona che deve scontare solo dieci giorni di carcere non girasse armato, e dunque non valeva la pena ammanettarlo. Fatti pochi metri le loro considerazioni furono smentite dal fatto che il pregiudicato estrasse la pistola dal giubbotto e cominciò a sparare alle spalle dei due carabinieri. Fu una sequenza rapidissima che nessuno si aspettava.

Cinque colpi andarono a segno sul brigadiere Pizzo, mentre Giuseppe Piani, che era alla guida del mezzo, fu colpito da quattro colpi alle spalle. Si accasciò sul manubrio e la piccola utilitaria andò a sbattere vicino al marciapiedi. Giuseppe Piani perse quasi subito conoscenza. I colpi erano stati sparati da distanza ravvicinatissima. Erano andati a segno su organi vitali. Il pregiudicato riesce con la forza ad uscire dall’abitacolo della piccola utilitaria. L’altro militare, Pizzo, benché ferito, esce anche lui fuori dalla cinquecento. Non ce la fa a stare in piedi. Cade faccia a terra, ma riesce ad estrarre la pistola. Spara alcuni colpi che vanno a vuoto. I due carabinieri sono stati beffati. Uno resta a terra ferito, l’altro in macchina. Passeranno alcuni minuti prima che qualcuno si fermi per soccorrerli. È un giovane il primo a fermarsi. Li carica sulla sua auto e si avvia di corsa verso l’ospedale Maresca di Torre del Greco. Ma quella è una corsa vana, perché Giuseppe Piani muore poco dopo per emorragia interna. Il brigadiere Pizzo, invece, ferito alle gambe, all’inguine e alla spalla sinistra, se la caverà. Dell’assassino nessuna traccia. Ma la sua latitanza durerà poco. Viene arrestato dopo pochi giorni proprio dai colleghi di Giuseppe Piani. I carabinieri lo trovano a casa sua, alla periferia di Torre del Greco, il primo dell’anno del 1968. I militari circondano l’abitazione e fanno irruzione con i mitra in casa, mentre Giuseppe Cosenza, dopo aver sparato un colpo di pistola contro i militari, tenta di nascondersi sotto il letto. Processato per direttissima, Cosenza viene condannato all’ergastolo. Saranno i carabinieri della stazione di Santa Teresa di Riva ad avvertire i familiari di Giuseppe Piani della sua morte. Per primo fu avvisato il fratello Edoardo, proprietario di una macelleria nel quartiere Bucalo a Santa Teresa e successivamente assieme si avviarono a Misserio per avvisare l’altro fratello Saro e gli anziani genitori di Giuseppe. Un’altra sorella, Caterina, da qualche anno viveva in Svizzera. All’anziana madre, che era a letto ammalata, in un primo momento non le fu detto niente.

Ai funerali di Stato, che si svolsero prima a Torre del Greco (NA) e poi a Sarno (SA) il 31 dicembre 1967, parteciparono i fratelli, Saro e Edoardo e il padre Graziano. Erano presenti anche le più alte cariche dello Stato. Il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri conferì a Giuseppe Piani la promozione alla memoria al grado di appuntato, concedendo la medaglia d’oro al valor militare «per benemerenza d’istituto» con la seguente motivazione: «Militare di spiccate doti morali, militari e di carattere, dedicava con infaticabile energia, slancio vibrante ed entusiasmo ammirevole tutte le sue possibilità fisiche, morali, intellettuali e professionali, nell’adempimento dei suoi compiti, collaborando con intelligenza ed operosa fedeltà i superiori, offrendosi sempre primo fra tutti e spesso volontariamente con sublime abnegazione, non comune generosità e sprezzo del pericolo nelle operazioni più rischiose, nei servizi di maggiore impegno e di più gravosa esecuzione, mercè la sua fervida, ininterrotta e determinante attività il reparto poteva effettuare l’esecuzione di tutti gli ordini e mandati di cattura perpetui a debellare, in breve, vaste e pericolose organizzazioni delinquenziali operanti nella zona destando l’ammirazione delle popolazioni locali ed il plauso delle autorità».

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