mercoledì 3 settembre 2014

ANDREA MORMILE, IL MARESCIALLO DEI FALCHI UCCISO DALLA CAMORRA IL 3 SETTEMBRE 1982 A FRATTAMINORE

Il brano è tratto del mio libro: "Come nuvole nere" - Melampo edizioni

La piazza  di Frattaminore è affollata come un formicaio. I bar e i circoli brulicano di gente. Chi si siede sulle panchine,  chi  prende il caffè, chi chiacchiera,  chi passeggia.  E qui che gli uomini preferiscono stare fino a tardi, soprattutto in quelle serate di fine estate dove il clima è mite e l’aria è pervasa dai profumi dei primi mosti di vino asprinio e vino fragola. E‘ qui che la sera del 3 settembre 1982 quattro killer della camorra cercano un uomo da uccidere. E’ Andrea Mormile, 31 anni, un giovane maresciallo di Polizia che non vuole delinquenti nel suo territorio. Non ha paura di nessuno e ha già fatto arrestare diverse persone che non rispettano la legge. Intralcia anche gli affari del clan che qui ha il nome di Giuseppe Puca, “ ‘o Giappone”, ras in ascesa di Sant’Antimo, legato alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. I camorristi sanno bene che la piazza è il luogo di ritrovo per eccellenza. Se hai da dire qualcosa ad un amico o vuoi incontrarlo, è qui che devi cercarlo, nella piazza, in mezzo a tante altre persone. I quattro killer sono in una “Jetta” Wolkswagen di colore verde scuro.  La spedizione di morte è partita da Sant’Antimo appena il sole si è abbassato e ha cominciato ad allungare le ombre. Quasi alla stessa ora  Andrea Mormile scende  dal secondo piano di uno stabile ubicato a Orta di Atella, una stradina poco distante dalla piazza di Frattaminore. Andrea è in cerca di un suo conoscente. Si dirige verso la piazza. Cammina insieme ad un altro amico fraterno.  Si stanno recando a piedi al circolo sportivo “Armando Picchi”, il grande capitano dell’Inter degli anni ’60.  I killer sanno che il loro uomo arriverà in piazza prima di cena. Qui si conoscono tutti. Andrea abita ad Orta di Atella non lontano dal centro  di Frattaminore, il paese di sua moglie, Pina Pellino. Hanno tre figli piccoli: Paride, 10 anni, Alessandro 9 anni e Morena, 5 anni. 

L’auto dei killer si muove piano per i vicoli stretti del paese, dove la gente d’estate è abituata a sedersi fuori le abitazioni per trovare refrigerio e per scambiare qualche parola con i passanti. Loro tirano dritto. Sono tutti armati. Conoscono bene la zona. Sanno come muoversi. Sanno che tutti i vicoli arrivano in piazza, come i corsi d’acqua che alimentano un lago. Le case da queste parti non hanno soluzione di continuità, sono costruite una addosso all’altra e confondono anche i confini dei Comuni.

Orta di Atella e Frattaminore sorgono una di fronte all’altra, in un’area dove 300 anni prima di Roma c’era già l’antica città Osca di Atella. E’ un posto pieno di storia. Qui  sono nate le “Fabulae atellane”,  le radici della commedia dell’arte italiana. Orta di Atella e Frattaminore sono divise solo da una strada provinciale: la Aversa-Caivano, che squarcia in due il cuore dell’antica Atella. Comincia alle spalle della stazione ferroviaria della città normanna e termina nel rione verde di Caivano.

Andrea Mormile non si è minimamente accorto di essere controllato a poca distanza da alcune persone a bordo di un’auto che li segue a passo d’uomo. Per strada tutti quelli che incrocia lo salutano con rispetto. Lo conoscono in tanti. E’ in servizio alla 1^ Sezione della Squadra Mobile della Questura di Napoli. E’ nei “Falchi”,  “l’antiscippo”. Sono poliziotti in sella a motociclette di grossa cilindrata che girano per i quartieri  di Napoli per prevenire rapine e scippi nei confronti dei turisti. Impossibile prendere i ladri inseguendoli con le auto. Così hanno istituito il gruppo dei “Falchi” per muoversi più agilmente per cercare di acciuffare gli scippatori nei tortuosi vicoli della città. Hanno licenza di vestirsi diversamente da tutti gli altri poliziotti: capelli lunghi, barba incolta, giubbotto in pelle, pantaloni a zampa di elefante, occhiali da sole Ray-Ban. L’abbigliamento li fa assomigliare più ai ladri che alle guardie. E’ il loro modo di confondersi tra la gente dei vicoli. Andrea ha i capelli lunghi e ricci. Porta spesso un  giubbotto di pelle e una camicia a quadroni sbottonata sul petto, da dove fuoriesce sempre un medaglione  o una catena  bene in vista. Ha uno sguardo severo che incute timore. Per tutti è “il maresciallo Mormile”. I gradi  di maresciallo li ha conquistati sul campo con una pericolosa operazione di servizio. Il 24 aprile del 1980 non esita ad infilarsi  nella filiale del Credito Italiano di Corso Lucci a Napoli, dov’è in corso una rapina con delle persone in ostaggio. Si finge cliente  e ingaggia un conflitto a fuoco con i rapinatori. Sventa la rapina e libera gli ostaggi. Gli vengono conferiti i gradi d maresciallo direttamente dalle mani del capo della Polizia, Giovanni Coronas, insieme al suo collega Antonio Piccirillo.

“Quella sera  del 3 settembre 1982 non la dimenticherò mai – racconta Pina Pellino, la moglie di Andrea che oggi ha cinquantasettenne anni -  Andrea era tornato da lavorare nel pomeriggio. Per lui non c’erano orari. Mangiava quando tornava. L’agguato avvenne verso le otto di sera. “Scendo perché mi devo incontrare in piazza con degli amici a Frattaminore”, mi disse. Nel frattempo io ero rimasta a casa, in attesa di andare più tardi a fare una visita a degli amici che avevano un bambino con problemi di salute. E’ sceso e non è più tornato. Mentre ero a casa è venuta mia sorella attorno alle  20,30. Aveva sentito che era successo qualcosa, ma non sapeva nemmeno lei che era morto. “Vestiti e scendi con  me – urlò -  perché Andrea è stato coinvolto in una sparatoria”. Pensavo fosse una rapina in un negozio in piazza, non un agguato diretto a lui. Nel frattempo ho bussato alla porta di mia cognata, la sorella di Andrea, che abitava sul mio stesso pianerottolo. Quella sera da lei c’era un altro mio cognato, Stefano, uno dei fratelli di Andrea, anche lui poliziotto. “E’ successo qualcosa ad Andrea. C’è stata una sparatoria in piazza a Frattaminore”. Praticamente me lo sono tirato in ascensore e lì gli ho detto quello che sapevo. Dalla mia abitazione la piazza distava un cinque minuti in auto, era vicinissima. La piazza era gremita di gente. Così siamo andati direttamente nel vicino ospedale di Frattamaggiore, per accertarci delle sue condizioni”. Pina abbassa la testa e si mette la faccia tra le mani. Pensare a quei tragici momenti  non è facile.
“In ospedale c’era un suo amico fraterno. “Dove sta mio marito?” ho chiesto. E lui: “Non ti preoccupare lo hanno portato in ospedale a Napoli”. La cosa mi è parsa strana, perché non si separava mai da Andrea.  “Se lui è qui – pensavo tra me e me -  Andrea non può essere da qualche altra parte, perché loro due sono inseparabili”. Ho capito subito che era morto. Mio cognato, invece,  è entrato e l’ha visto.  E ugualmente non mi ha detto niente. Nessuno se l’è sentita di mettermi subito di fronte alla tragicità del fatto”.  Pina non ce la fa ad andare avanti a raccontare. Troppo doloroso ricordare. Ci pensa Paride a continuare il racconto, il primogenito della famiglia che ora fa il poliziotto a Napoli. E’ nei “Falchi”, proprio come il papà.

“E’ arrivata un’auto, una “Jetta” Wlkswagen verde scura, con quattro persone a bordo. Facevano parte di un gruppo camorristico legato al boss Raffaele Cutolo. A bordo c’era Giuseppe Puca di Sant’Antimo, detto “ ‘o Giappone” e altri tre suoi affiliati. Voleva affermare la sua “sovranità” su questo territorio. Papà camminava a passo lento insieme al suo amico. Non si era accorto di essere seguito. Sono scesi dall’auto e  hanno aspettato che arrivasse a tiro. Prima gli hanno sparato alle spalle con una mitraglietta, cogliendolo di sorpresa. Poi, una volta caduto a terra, gli sono andati vicino e gli hanno sparato un colpo in fronte, per avere la sicurezza che morisse. Nell’agguato è stato ferito alle gambe anche la persona con cui  papà stava camminando e una signora di 66 anni,  che era seduta fuori il palazzo.  L’azione dura solo qualche minuto. La gente scappa impaurita. L’auto dei killer parte a grande velocità. Ma  a causa del fondo stradale scivoloso, l’auto perde il controllo e finisce contro un marciapiedi. Una ruota scoppia e l’auto si ferma di colpo. I killer scendono dalla vettura e armi in pugno bloccano una Simca che in quel momento stava transitando nei pressi della piazza di Frattaminore. Aprono lo sportello del guidatore e lo scaraventano sulla strada e scappano velocemente. La Simca verrà ritrovata dalle parti di Scampìa, a Napoli, nel quartiere Marianella. La “Jetta”, invece, risulterà rubata due giorni prima sulla strada che da Afragola  porta a Frattamaggiore ad una persona di Calitri. Poco dopo si sparge la voce dell’uccisione di Andrea Mormile. I suoi compagni dei Falchi arrivano in forze e in pochissimo tempo nella piazza di Frattaminore c’è di nuovo il caos. Cominciano a sparare all’impazzata per la rabbia. Mettono il paese sotto sopra, giurando che gli assassini l’avrebbero pagata.

“L’hanno ucciso perché mio padre si faceva rispettare – dice Paride – Papà si è incrociato in diverse occasioni con questo signore e non ha mai avuto paura. Papà non si teneva niente. Non voleva che in paese ci fossero ladri o che arrivasse gente a fare rapine ai commercianti. Se qualcuno chiedeva aiuto era il primo a dare la disponibilità. Era conosciutissimo in giro. Era il maresciallo Mormile, un punto di riferimento importante. Lui, l’assassino, invece, ha pensato che uccidere un poliziotto era come prendere dei punti nel campo criminale”. 

A Napoli non sarebbe mai morto – aggiunge Pina con un tono di voce rassegnato -  si scontrava con i Giuliano a Forcella, ma era sempre rispettato.  Eppure aveva arrestato molti esponenti della famiglia Giuliano. Quando uscivano da galera avevano ancora più rispetto per mio marito. Solo con quelli di Sant’Antimo poteva accadere una cosa del genere. Il corpo di mio marito – continua il racconto la moglie di Andrea -  l’ho rivisto solo dopo tre o quattro giorni, un po’ prima dei funerali, quando l’hanno ricomposto e ricordo come se fosse adesso il colpo di pistola in fronte. Queste cose ero abituata a vederle in Tv.  Erano gli anni di piombo. “Sono cose che accadono ad altri” pensavo inconsciamente. Mai mi sarei aspettata che una cosa del genere potesse capitare anche a me, alla mia famiglia, a mio marito. Non ci pensavano minimamente. E, invece, quando ti capita, rimani scioccata e  capisci anche la tragedia che ha colpito altre famiglie…”

L’agguato ad Andrea Mormile viene in parte anche oscurato dai mezzi di comunicazione. La notizia dell’uccisione del maresciallo di Polizia passa in secondo piano quando a Palermo, la stessa sera, alle 21,15 un commando mafioso uccide il  Prefetto  Carlo Alberto Dalla Chiesa, la sua giovane moglie, Emmanuela Setti Carraro e l’agente di polizia che gli  faceva da scorta, Domenico Russo, un ragazzo di Santa Maria Capua Vetere.

         

domenica 24 agosto 2014

LIBERO GRASSI, UN IMPRENDITORE CHE NON SI PIEGO' ALLA MAFIA


Pagò con la vita il prezzo della sua libertà dal condizionamento della mafia. Libero Grassi, imprenditore palermitano, assassinato il 29 agosto del 1991, ebbe il coraggio di parlare pubblicamente contro la mafia. E lo fece nella trasmissione di Michele Santoro, “Samarcanda”, nell’aprile del 1991. “Non mi piace pagare. È una rinuncia alla mia dignità d'imprenditore”. Disse in quell’intervista “Io non sono pazzo a denunciare. Io non pago perché non voglio dividere le mie scelte con i mafiosi, perché io ho fatto semplicemente il mio mestiere di mercante”.

In una intervista raccolta dall’agenzia ADNKronos, è la moglie, Pina Misano, a ricordare la sua uccisione e la scelta di non pagare.


“Il suo più grande insegnamento è stata la coerenza, la capacità di non tradire mai i propri valori. Una qualità che rivedo anche nei miei figli «dice la vedova Pina Maisano. Una coerenza portata sino alle estreme conseguenze. Se ripenso agli ultimi giorni insieme - racconta ancora - lo ricordo preoccupato. Era sottoposto a continue pressioni, continue chiamate, messaggi, minacce. La lettera, le denunce pubbliche erano un modo per cercare solidarietà per sentirsi meno solo. Ma su questo si sbagliò. Non ricevette nessun appoggio. Anzi. Qualche imprenditore disse persino che la morte se l'era cercata. Una cosa vergognosa”.

Era solo Libero. Solo nel rifiutare il pizzo, “l’obolo” mensile, che tutti pagavano in silenzio. Ma, soprattutto, era solo nella sua ostinata denuncia. Nel volere a tutti i costi parlare di mafia in una città assopita dopo anni di omertà e connivenza. Cosa nostra non esiste, gli imprenditori siciliani non pagano il pizzo, dice il presidente di Confindustria di allora. La sua impresa, la Sigma, era sana, produceva biancheria intima ed aveva un bilancio in attivo. »La prima volta mi chiesero i soldi per i “poveri amici carcerati”, i “picciotti chiusi all'Ucciardone” - scrive Grassi in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera -. Quello fu il primissimo contatto. Dissi subito di no. Mi rifiutai di pagare. Così iniziarono le telefonate minatorie: “Attento al magazzino”, “Guardati tuo figlio”, “Attento a te”«. »Il mio interlocutore - racconta - si presentava come il geometra Anzalone, voleva parlare con me. Gli risposi di non disturbarsi a telefonare. Minacciava di incendiare il laboratorio. Non avendo intenzione di pagare una tangente alla mafia, decisi di denunciarli”.

Ma lui, quell'uomo austero, convinto sostenitore della libertà d'impresa non ci sta. Non si piega, non accetta, non ammicca. E la sua ribellione la grida. Forte e chiara perché possa varcare i confini di Palermo e della Sicilia. Prende carta e penna e il 10 gennaio del 1991 scrive al Giornale di Sicilia. È una lettera indirizzata al suo «Caro estortore». «Volevo avvertire il nostro ignoto estortore - dice Libero Grassi - di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l'acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui».

Poche parole. Troppe per Cosa nostra. Una sfida a viso aperto da punire. Una pena esemplare, pubblica, plateale. Perché quell'uomo austero non sia di esempio ad altri, perché la ribellione non diventi contagiosa. Il 29 agosto del 1991 Salvatore Madonia lo attende sotto casa, in via Alfieri, e lo uccide sparandogli alle spalle. Per quell'omicidio molti anni dopo fu condannato all'ergastolo e, come lui, altri boss del calibro di Totò Riina e Bernardo Provenzano. «Libero è stato ucciso - dice Pina Maisano - perché pubblicamente ha parlato di mafia, perché era un elemento di disturbo nel tran tran che si era creato, perché la mafia era un tabù e se di una cosa non si parla quasi non esiste. Invece, Libero ne parlava, le toglieva importanza, quasi la declassava». Ad uccidere materialmente Grassi fu la violenza del piombo mafioso, ma le colpe, le responsabilità di quella tragica morte vanno ricercate altrove. Nel silenzio, nell'indifferenza di una città troppo fragile per resistere all'esempio eversivo della dignità e del rispetto delle regole. Ci sono voluti 13 anni perché Palermo si risvegliasse, perché nascesse il primo comitato antiracket, AddioPizzo, “i miei nipoti” li chiama Pina, e a distanza di tre anni “LiberoFuturo”, la prima associazione di imprenditori e liberi professionisti che hanno detto no al pizzo.


«Magistrati e forze dell'ordine lavorano bene, i capi di Cosa nostra sono tutti al 41 bis - dice la vedova Grassi -. Cosa nostra è in difficoltà e la riscossione del pizzo non è più la fonte principale di sostentamento economico dei boss, che sono tornati a traffici più remunerativi, come quello della droga. Oggi siamo in una situazione migliore rispetto a 20 anni fa. Abbiamo un presidente della Regione e un sindaco che sono persone perbene di cui io mi fido». Eppure, assicura, «c'è ancora molto da fare». Soprattutto sul fronte dell'educazione delle giovani generazioni. Sull'etica della legalità. «Occorre cominciare dai ragazzi, far capire che comportarsi in maniera etica produce vantaggi. E poi è necessario stare accanto agli imprenditori che denunciano, far sentire loro quella solidarietà, che Libero non avvertì mai. Probabilmente se avesse trovato persone solidali la storia sarebbe stata un'altra. Le cose sarebbero andate diversamente» conclude amara. E del pioniere della legalità restano le parole. «È una questione di dignità».

giovedì 24 luglio 2014

IL RICORDO DEL CARABINIERE SALVATORE NUVOLETTA AL FESTIVAL DELL'IMPEGNO CIVILE, CON "IL TAPPETO DI IQBAL"

Aveva vent’anni quando  Salvatore Nuvoletta, carabiniere in servizio a Casal di Principe, fu ammazzato per ordine di Francesco Schiavone, Sandokan.   Fu ucciso nella sua Marano, da un commando al servizio del clan Nuvoletta, affiliati a Cosa Nostra siciliana. Era il 2 luglio del 1982. Ieri è stato ricordato a Casal di Principe, in una tappa  del festival dell’impegno Civile, dove in un terreno confiscato proprio a Francesco Schiavone, nelle adiacenze del Santuario della Madonna di Briano,  è stato scoperto un cippo di marmo che ricorda l’omicidio del giovane carabiniere. Alla cerimonia erano presenti l’anziano padre, Ferdinando Nuvoletta, i fratelli, Gennaro ed Enrico, il sindaco di Casal di Principe, Renato Natale, il capitano della compagnia dei carabinieri di Casal di Principe, Michele Centola, il  parroco del Santuario della Madonna di Briano, don Paolo dell’Aversana e i responsabili di Libera, Gianni Solino e Comitato don Diana, Valerio Taglione. 

“Lo conoscevo quel giovane carabiniere – ha detto il sindaco Renato Natale – ci incontravamo dallo stesso barbiere. Era tra quelli che facevano di tutto per impedire alla camorra di averla vinta.  E ha pagato con la vita quel suo impegno. Quand’ero sindaco nel 1994 – ha ricordato Natale – dopo l’omicidio di don Diana ricevetti una lettera da Ferdinando Nuvoletta, il papà si Salvatore. Esprimeva le sue condoglianze alla città e alla fine si rammaricava perché Casal di Principe non aveva mai tributato nessuno riconoscimento al figlio ucciso dai camorristi. Scrissi al padre facendogli la promessa che Salvatore lo avremmo onorato come meritava. Oggi siamo qui, dopo vent’anni a mantenere fede a quella promessa, perché abbiamo deciso di intitolargli la nuova scuola che andremo ad edificare a Casal di Principe”. Commosso il padre i suoi fratelli, dalle parole del primo cittadino. Commozione che ha coinvolto il numeroso pubblico presente quando sono stati letti brani dedicati alla vicenda  di Salvatore Nuvoletta. Le cronache giudiziarie vogliono che il giovane carabiniere r fu “venduto” dal suo maresciallo, Gerardo Matassino, che lo indicò come la persona che uccise in un conflitto a fuoco “Menelik”, Mario Schiavone, imparentato con Sandokan, e per questo condannato a morte dal clan. Ma quel giorno Salvatore Nuvoletta  era in caserma a fare da piantone e non  a sparare i camorristi. 

La tappa del festival è stata animata dai giocolieri de “Il Tappeto di Iqbal”. Ragazzi organizzati in cooperativa sociale che arrivano da Barra, difficile periferia napoletana. Con i loro numeri circensi i ragazzi hanno giocato con adulti e bambini. Anche il sindaco di Casal di Principe, Renato Natale, ha indossato naso rosso e maglietta di Iqbal. Poi uno spettacolo teatrale,  rappresentato in Campania per la prima volta,  con il quale hanno raccontato un pezzo della loro storia. Un’esperienza di recupero di ragazzi a rischio, tra le più significative della regione che però rischia di chiudere se non adeguatamente sostenuta. 


venerdì 11 luglio 2014

RICORDATO A CASTEL VOLTURNO RAFFAELE GRANATA. IL PM SIRIGNANO: "LA CAMORRA PUO' RISORGERE SE NON VOLTIAMO PAGINA"

“Attenti, la camorra casalese è stata messa alle corde, ma non è sconfitta. Le cose sono cambiate, ma possono cambiare ancora in senso negativo se oggi non cogliamo questa importante occasione per voltare pagina”. Cesare Sirignano, magistrato della Dda Napoletana, invita a non sottovalutare la capacità di “risorgere” della camorra, in un territorio che conserva ancora tutto l’humus che l’ha fatta crescere e proliferare. Lo fa durante una iniziativa della Federazione Antiracket Italiana nel Comune di Castel Volturno, per ricordare Raffaele Granata, proprietario del lido “La Fiorente”, ucciso l’11 di luglio del 2008 dal gruppo criminale di Giuseppe Setola durante  nove mesi di terrore in cui furono ammazzate 18 persone. Con Sirignano, a ricordare Granata, ci sono anche  il nuovo Commissario Nazionale Antiracket, Santi Giuffrè, il presidente onorario della Fai, Tano Grasso, Il commissario Regionale Antiracket, Fanco Malvano, il prefetto di Caserta, Carmela Pagano, Il sindaco di Castel Volturno, Dimitri Russo e Luigi Ferrucci, presidente dell’associazione antiracket di Castel Volturno. In sala ad ascoltare, insieme ai figli di Raffaele Granata, ci sono i familiari di Domenico Noviello  e Antonio Ciardullo, altre vittime del gruppo criminale di Setola. Con loro il  rappresentante dei familiari delle vittime innocenti della provincia di Caserta, Salvatore Di Bona. 


Questo è il luogo in cui la camorra ha fatto più danni  - dice nella sua prima uscita pubblica Dimitri Russo, il nuovo sindaco di Castel Volturno  -  Oggi devo constatate che gran parte di quella feccia umana è stata spazzata via grazie al lavoro delle forze dell’ordine.  Tuttavia non bisogna mai abbassare la guardia”. Luigi Petrucci, Presidente Associazione Antiracket Castel Volturno “Domenico Noviello”, invita gli imprenditori a denunciare. “Oggi è più facile rispetto ad alcuni anni fa perché lo Stato è più presente”. Per Franco Malvano Commissario regionale Antiracket “Bisogna rafforzare la cultura del contrasto che manca, ma non possiamo aspettare che il problema lo risolvano magistrati e forze dell’ordine. La politica deve impegnare più risorse. Anche i beni confiscati devono essere recuperati. Quando sono abbandonati sono l’immagine di un’inefficienza dello Stato”.

Ma è Cesare Sirignano a insistere sulla possibile rinascita delle organizzazioni criminali. “Sono stati conseguiti dei risultati straordinari sulla camorra, solo che la cultura camorristica è ancora molto radicata. Vi sono le condizioni per una ripresa dell’organizzazione criminale, perché restano immutate le condizioni che l’hanno generata: Non c’è sviluppo, non c’è impegno vero dal punto di vista nazionale per queste zone. Non ci sono impegni che possano contribuire ad uno sviluppo culturale oltreché economico. E’ difficile pensare che una cultura così radicata possa essere cancellata con le sentenze. Bisogna cogliere questo momento veramente straordinario e fare sul serio”.

Il prefetto di Caserta, Carmela Pagano, è attento alle parole del magistrato. E lo sottolinea così: “Ci sono stati molti successi nei confronti della criminalità organizzata. Questo lo voglio rivendicare col Modello Caserta. Sono d’accordo che non bisogna sottovalutare l’opportunità di voltare pagina e cogliere la grande opportunità che ha il territorio in questo momento. Ci sono forti retaggi di tipo culturale che vanno recisi”.

A mettere in risalto altre contraddizioni nella lotta alla camorra è Tano Grasso, che punta il dito contro gli imprenditori del territorio. “C’è una risposta straordinaria dello Stato, ma c’è altrettanto una risposta straordinaria in negativo da parte del mondo imprenditoriale casertano. L'assenza nella lotta alla criminalità delle associazioni imprenditoriali sterilizza anche l'azione dello Stato. Noi delle associazioni siamo una piccola avanguardia – sostiene Grasso -  Significativa, importante, ma in questa immensa provincia casertana gli imprenditori antiracket che si organizzano, sono una esigua minoranza. Se gli imprenditori non capiscono che devono ribellarsi al pizzo, l’organizzazione criminale si ricostruisce. Così è avvenuto ovunque”


Giuseppe Granata
Per questo il commissario Nazionale Antiracket ha invitato gli imprenditori a fare una precisa scelta di Campo. “Se prima poteva esserci una giustificazione morale perché lo Stato era assente, oggi chi non lo fa non ha più giustificazioni”. “Mio padre in 70 anni non è mai andato in ferie, ha sempre lavorato - ha concluso Giuseppe Granata, il figlio di Raffaele –  Ricordo ancora le parole che allora ci disse il dottor Sirignano: “Non chiudete l’attività. Portatela avanti come se fosse un simbolo”. Lo abbiamo fatto nel solco della legalità perché mio padre non si è mai piegato alla camorra – conclude emozionato Giuseppe Granata – e noi vogliamo continuare a portare avanti il suo esempio”.

mercoledì 2 luglio 2014

IL VESCOVO NOGARO: "LA GENTE HA GIA' PROCLAMATO SAN PEPPINO DIANA DI TERRA DI LAVORO"

“Se la chiesa non lo canonizza, lo canonizziamo noi don Peppino Diana, perché lui è di una santità autentica, genuina: la santità del popolo”. Raffaele Nogaro, il vescovo emerito di Caserta, ritorna su una vicenda che per la chiesa casertana è una questione ancora aperta: la beatificazione del sacerdote ucciso dalla camorra a Casal di Principe il 19 marzo del 1994. Lo fa nella sua Caserta, in un bene confiscato assegnato al centro Nausica, nel corso di una tappa del festival dell’Impegno civile, l’iniziativa promossa dal Comitato don Peppe Diana e Libera. “Mi interessa relativamente la santità canonica da parte della chiesa – continua a dire Nogaro, che da qualche mese è ritornato a parlare in pubblico dopo una lunga degenza - A me piace di più il Don Diana santo del popolo, perché lui si è incarnato nel popolo. Mi piacerebbe tanto che la gente del sud lo ricordasse come “San Peppino Diana di Terra di Lavoro”. 

Nogaro racconta la sua amicizia con don Diana, che il 4 luglio avrebbe compiuto 56 anni. “Alla fine degli anni ’80 me ne parlò il vescovo di Aversa, Giovanni Gazza, uomo del nord come me. Don Peppino era suo segretario particolare già da qualche anno. Alla conferenza episcopale Campana Gazza mi è venuto incontro per confidarsi un po’, perché si sentiva a disagio nell’ambiente meridionale, dove invece io mi sono trovato bene sin dall’inizio nonostante fossi friulano. “Ho paura per lui perché fa affermazioni che non sono permesse. Troppo pesanti”. Anche per Gazza le prese di posizione di don Diana erano fuori dal coro. Ma don Diana era già lanciato lungo la strada che aveva scelto di percorrere.  Naturalmente questa franchezza, questa limpidità di un uomo di chiesa – ricorda con particolare fervore Nogaro -  mi ha entusiasmato subito. E quando Gazza me lo ha presentato, mi ha detto, scherzando, “qui c’è un pazzo come te, solo tu puoi aiutarlo a  comportarsi bene”, subito siamo diventati amici. Abbiamo avuto una frequentazione molto intensa. Eravamo sintonizzati perché il suo pensiero coincideva col mio. Entrambi pensavamo che la Chiesa era collusa con la camorra. La camorra che si è sviluppata in modo così brutale, a livello fisico, e che è diventata un costume. Ha corrotto le coscienze, avviene dappertutto questo, ma una mentalità camorrista specifica purtroppo è stata possibile perché è stata quasi confortata nelle sue azioni più malvage da una Chiesa che forse non capiva la situazione in quel momento. 

Tutto questo a me pareva che fosse una vergogna. Quando don Diana mi ha fatto vedere il documento che aveva scritto  “Per amore del mio popolo” ne sono stato felice. Nella parte in cui parla della camorra, la descrive come il nichilismo dell’umanità perché - e si rivolge agli uomini di chiesa – il principio che dovrebbe governare e dirigere il nostro rapporto con le persone è quello dell’amore per il fratello. Mentre la camorra è il principio opposto: l’odio per il fratello. Il principio della supremazia dell’egoismo, dell’individualismo. Il nichilismo che naviga nel nostro pensiero contemporaneo, è stato messo in atto, rivissuto da queste forme camorristiche che troviamo nelle nostre terre. Don Diana, lo so bene, non era un prete disciplinato – si accalda Nogaro -  ma credeva, pregava, annunciava Cristo, aveva la religione dell’amore del prossimo. Che è quella genuina, è quella del Vangelo, quella di Papa Francesco che dice che la Chiesa è un ospedale da campo e deve provvedere a sostenere  nell’emergenza  tutti quelli che hanno bisogno, amici o nemici non importa. Ecco Don Diana faceva le cose che oggi sostiene Papa Francesco. Perciò dico che la sua è autentica, è quella vicina al popolo. E se la chiesa non lo canonizza, poco male, perché per la gente don Diana è già santo.


lunedì 23 giugno 2014

STORIE PER BENE: GIGI DI FIORE PORTA TONINO CANGIANO E ANGELO RICCARDO AL FESTIVAL DELL'IMPEGNO CIVILE A CASAPESENNA



Mettiamo qualche via Dante e via Boccaccio in meno a Casal di Principe e più via Antonio Cangiano e Angelo Riccardo". Gigi Di Fiore, giornalista del quotidiano “Il Mattino” e tra i maggiori conoscitori del fenomeno camorristico, strappa un applauso nell’angusta sede di Legambiente a Casapesenna, alla presentazione del suo libro “L’Impero dei casalesi”, nell’ambito del festival dell’Impegno Civile. La tappa è dedicata a due vittime della criminalità di Casapesenna: Antonio Cangiano, ferito dalla camorra il 4 ottobre del 1988, costretto su una sedia a rotelle e morto in seguito a quelle ferite il 26 ottobre del 2009. L’altra vittima innocente è Angelo Riccardo, un giovane di vent’anni ucciso “per caso” il 21 luglio 1991,  durante un regolamento di conti tra camorristi, mentre transitava in auto per le strade di San Cipriano di Aversa. E’ sabato pomeriggio, ma all’iniziativa  c’è un bel po’ di gente, nonostante il caldo e il poco spazio. Ci sono due sindaci, Renato Natale, di Casal di Principe e   Marcello De Rosa di Casapesenna. Gianni Zara, ex sindaco e avvocato della Federazione Antiracket. Insieme a Mauro Baldascino del Comitato don Peppe Diana, i tre figli e la moglie di  Antonio Cangiano e il fratello di Angelo Riccardo.

“Abbiamo scelto di parlare di questo libro – dice nell’introduzione Nicola Diana, presidente di Legambiente Casapesenna -  perché parliamo  anche di camorra e di questi tempi non è mai troppo”. “Siamo alla settima edizione di un festival – ha spiegato Mauro Baldascino - E la sua specificità è che è il primo festival che viene svolto completamente sui beni confiscati alla camorra.Sono circa quaranta le tappe di quest’anno che hanno come filo conduttore: “Le storie per Bene”.  Sono tante le storie per bene e noi le vogliamo ricordare.  Perciò ci stringiamo attorno ai familiari delle vittime, di Cangiano e Riccardo, perché questi loro lutti, questo loro dolore, deve servire anche a noi per darci la forza per riscattarci”.

“Io penso che la politica in questo territorio deve fare una cosa sacrosanta: ristabilire la normalità – ha detto Marcello De Rosa, il nuovo  sindaco di Casapesenna, nel suo intervento di saluto –  Dobbiamo essere prima noi, amministratori locali, a dare l’esempio. Solo così facendo possiamo rendere protagonisti del cambiamento tutta la cittadinanza”. Il sindaco, però, non ha spiegato perché il Comune non si è costituito parte civile al processo che vede imputati l’ex sindaco Fortunato Zagaria, l’ex Consigliere comunale, Amato e il boss Michele Zagaria, per le minacce contro un altro ex sindaco, Giovanni Zara.

“L’episodio del ferimento di Antonio Cangiano – ha sottolineato Pasquale Iorio, moderatore dell’incontro – non è stato valutato nella sua reale gravità. Ora che siamo ad una svolta storica in questi territori, bisogna governare l’impegno”. Propone per questo un evento nazionale per ricordare Antonio Cangiano.

Renato Natale, neo sindaco di Casal di Principe, ci tiene a sottolineare che non si sente ospite alla manifestazione, ma padrone di casa. “Sono qui come membro di Libera e del Comitato don Peppe Diana. Sono qui come parte integrante di queste organizzazioni che da anni promuovono il festival dell’Impegno civile. Ho dedicato la vittoria di Casal di Principe ai familiari delle vittime. Provvederemo a che tutti i nomi delle vittime vengano ricordati nei  luoghi pubblici della città. I cittadini devono avere nuovi valori e nuovi modelli di riferimento”.

Tocca poi al presidente di Legambiente, Nicola Diana, leggere le parole che Renato Natale scrisse in occasione della morte di Antonio Cangiano: “Siamo colpevoli, siamo tutti colpevoli dei suoi 21 anni di sofferenza. E’ colpevole questa terra che chiede ai suoi figli migliori sacrifici estremi come quelli di Tonino. Una morte come fu per don Peppe Diana. Siamo colpevoli delle troppe assenze dell’indifferenza che ha circondato il suo calvario. Ma lo siamo anche su ciò che lo ha preceduto. Il silenzio sulle cosche, le complicità. Siamo colpevoli per non aver denunciato, di non aver gridato il nostro no ai criminali. Perché abbiamo lasciato solo Tonino e pochi altri come lui”.  

Nell’introduzione al dibattito, Pasquale Iorio, sottolinea che il libro di Di Fiore “racconta l’intreccio dettagliato tra la camorra, l’economia, la politica e le istituzioni. E’ stata questa la cappa che ha portato all’isolamento di Tonino Cangiano. Gigi di Fiore, inviato speciale del “Mattino”, è uno studioso non solo del fenomeno criminale legato alla camorra, ma è anche studioso della storia d’Italia del risorgimento e dell’Unità d’Italia che vide crescere un fenomeno di malessere sociale come il Brigantaggio. In quella radice Di Fiore individua alcuni fenomeni che vedono la presenza della mafia in Sicilia,  la ‘ndragheta in Calabria e la camorra in Campania”.

 “Bisogna ricordare le vittime e non le persone che hanno ammazzato – esordisce Di Fiore nel suo intervento -  Quello che dice il mio amico Paolo Siani, è molto giusto: Oggi nessuno ricorda i killer di Giancarlo Siani, ma tutti ricordano chi è Giancarlo. Perciò – insiste – bisogna mettere qualche via Dante e via Boccaccio in meno e più Antonio Cangiano e Angelo Riccardo tra i nomi delle strade. Sarebbe poi auspicabile che nelle varie fiction che passano in Tv, seguissero l’impostazione dei film americani che raccontavano del Vietnam, dove  la figura del Vietcong era solo un’ombra,  una sagoma che passava. In quei film, invece, si vedeva nitidamente il dramma dei soldati americani. Mi auguro perciò che quando ci si dovrà occupare di queste vicende, le persone negative siano solo delle sagome”. Il giornalista del Mattino  sottolinea che alla fine del libro c’è un forte messaggio di speranza. “Ho usato le parole di quella ragazza, Raffaella Mauriello, che alla festa della polizia del maggio 2008, alla presenza di Manganelli, disse “Io sono stanca di essere identificata col nome dei casalesi come termine negativo, voglio che il nome del mio paese non sia più associato ai criminali, ma alla gente  della mia città, al luogo in cui si è nati, ma non ad un clan”.

Arriva poi la testimonianza di Angela Cangiano, la primogenita di Tonino. Legge una lettera accorata che ha indirizzato al padre. “A te che ci hai sempre incoraggiato a non rinunciare mai ai nostri sogni, ad essere sempre noi stessi, a camminare sempre dritti per la nostra strada. Tante volte mi dicevi: “ Voi dovete essere cittadini attivi. E’ sbagliato disinteressarsi delle cose che accadono nel vostro paese e non solo”. Credevi molto in noi giovani, perché dicevi che i giovani erano portatori di nuove idee e affrontavano i problemi con la mente libera, libera dai compromessi. Grazie. Grazie per il tuo modo di essere. Hai sempre rifiutato vincoli e condizionamenti. Hai sempre sognato un mondo migliore. Sei sempre stato il nostro punto di riferimento, la nostra forza. Fisicamente non sei più tra noi, ma posso dire che sei vivo. Vivo in noi e in quanti hai trasmesso i tuoi ideali e i tuoi modi di dire d i fare. Siamo fieri di essere i tuoi figli. Lo siamo sempre stati e per te non possiamo che chiedere giustizia”.  La lettera è anche l’occasione per Pasquale Iorio per ricordare quando Tonino Cangiano gli diceva: “Io devo sempre poter guardare in faccia i miei figli con orgoglio”. “Questa tua lettura me l’ha fatto ricordare con commozione”. Dice Iorio riferendosi alla figlia.

L’avvocato Gianni Zara snocciola i suoi ricordi: Era ildicembre 2008, allora ero sindaco di Casapesenna,  mi recai a casa di Tonino Cangiano, perché in quel periodo – sottolinea Zara -  erano capitate cose che stanno uscendo ultimamente sui giornali e se non fosse stato per il suo coraggio e per avermi dato quella forza, non avrei fatto tutto quello che poi è stato fatto. Devo molto a Tonino”. Zara continua nel rammentare quei mesi difficili: “Nel 2008 fu anche la prima volta che a Casapesenna si realizzò una tappa del festival dell’impegno civile  promosso dal Comitato don Diana. Ci fu una manifestazione nel bene confiscato a Luigi Venosa e fu forse l’inizio della fine di quell’amministrazione comunale. Oggi sono contento oggi di vedere molte facce di cittadini di Casapesenna, a differenza di allora. Finalmente una parte di cittadini ha capito e scelto da che parte stare.”

Dopo la testimonianza di un ragazzo di origini siciliane che legge un testo che ricorda come fu ucciso Angelo Riccardo,  Pasquale Cirillo, referente del presidio di Libera di Casapesenna, racconta di quando frequentava l’azione cattolica e la parrocchia del paese. “I parroci preparavano corsi biblici, non tanto per formarci, ma per dare risposte a gruppi di ragazzi che frequentavano altri centri religiosi, come il caso di Angelo Riccardo che era Testimone di Geova. Ho conosciuto Angelo perché avevo frequentato un corso anti Testimoni di Geova. Io dicevo al parroco: “ma quei ragazzi sono dei giovani perbene, portano le cravatte, camicie a maniche lunghe. Ma è possibile che a Casapesenna con tutti problemi che abbiamo, dobbiamo prendercela con questi ragazzi?” Ho incontrato Angelo diverse volte per andare a mangiare una pizza e non certo per dargli quel volantino che la parrocchia aveva preparato. Si aveva paura di uscire di casa perché c’erano i killer della camorra che sparavano all’impazzata fuori al bar col kalashnikov e il problema non poteva essere il  testimone di Geova. Eppure – dice Pasquale Cirillo -  se la chiesa avesse fatto vent’anni quello che fa oggi, forse qualcosa sarebbe cambiato prima. Il nostro impegno nacque proprio in quei tempi difficili – sono sempre i ricordi di Cirillo -  A scuola non mi avevano mai parlato di camorra. Perciò è inaccettabile che un ragazzo a vent’anni debba morire così”. I ricordi di Cirillo si intrecciano anche con l’amicizia con Tonino Cangiano. “Ho fatto l’amministratore nel 93/94, come delegato della parrocchia. Tonino fu il primo a portare le regole in questo paese. Non si era mai parlato di Piano Regolatore Generale, di tributi. Tonino cominciò a farlo con determinazione. Diceva anche che i giovani dovevano avere luoghi per incontrarsi, voleva l’isola pedonale. Perché, dovete sapere che  da queste parti c’era l’abitudine di incontrarsi con le ragazze in modo alquanto strano. Qui negli anni 90 le ragazze camminavano a piedi e i maschietti a fianco nelle macchine. E, specie se dovevi andare a Casal di Principe e avvicinare una ragazza, ci si doveva andare con un’autogrande. C’era chi andava a fittarle. Oppure si doveva andare da un amico che aveva la Mercedes e si diceva: “mi fai andare a casale a parlare con quella ragazza?” Non erano neanche ragazze di famiglie per bene. Ma quella era la cultura dell’epoca. Tonino Cangiano – ricorda Cirillo -  voleva fare l’isola pedonale perché diceva che i giovani dovevano incontrarsi, parlarsi di persona a non nelle macchine. La facemmo l’isola pedonale”.



Le conclusioni della giornata sono affidate a Rossella Muroni, direttrice nazionale di Legambiente: “La notizia di Renato Natale sindaco a Casal di Principe ha emozionato tutta l’Italia. Chi si batte per la rinascita di queste terre, sa bene che su questi luoghi si gioca la credibilità di un intero Stato. Perché quello che è stato permesso in questi territori è una sconfitta dello Stato in senso generale. Perciò va recuperata innanzitutto la credibilità delle istituzioni. Recuperare la credibilità che renderebbe onore al sacrificio di persone come Antonio Cangiano. La corruzione, insieme ai reati penali contro l’ambiente,  è uno dei grandi problemi di questo paese. Il governo Renzi su questo dovrebbe dare prova di decisionismo”.

venerdì 16 maggio 2014

DOMENICO NOVIELLO UCCISO PERCHE' LASCIATO SOLO. FRANCO ROBERTI: "CASALESI SCONFITTI, MA NON ABBASSIAMO LA GUARDIA"


Fu ucciso sei anni fa, il 16 maggio 2008  e stamattina,  Domenico Noviello, è stato commemorato a Castel Volturno, a Baia Verde,  proprio a pochi passi dal luogo dell’agguato, nella piazzetta che ora porta il suo nome. Domenico, “Mimmo” Noviello, titolare di una autoscuola, nel 2001 aveva denunciato un tentativo di estorsione da parte del clan Bidognetti. Noviello fece condannare i suoi estorsori testimoniando al processo contro i camorristi che avevano chiesto il pizzo. Sette anni dopo la denuncia, il 16 maggio 2008, l’agguato ad opera di un commando di camorristi, guidati dal boss Giuseppe Setola. Alla cerimonia, molto sobria, hanno partecipato i figli e la moglie di Noviello. Con loro Tano Grasso, presidente onorario della Federazione Antiracket, il prefetto Antonio Contarino, a capo della terna commissariale del Comune di Castel Volturno, Il capo della squadra mobile di Caserta, Alessandro Tocco, il  capitano dei Carabinieri di Mondragone, Lorenzo Iacobone, Valerio Taglione del Comitato don Diana, Gianni Solino responsabile di Libera Caserta, Paolo Miggiano della Fondazione Polis, alcuni familiari di vittime della criminalità, Francesco Clemente, Emilio Diana,  Luciana di Mauro, Gennaro del Prete, Carmen del Core, il testimone di giustizia, Augusto di Meo.

C’erano anche molti studenti delle scuole medie di Castel Volturno, che hanno letto componimenti fatti nelle classi per ricordare il sacrificio di Domenico Noviello. Tre corone di fiori sono state deposte davanti alla stele in marmo che ricorda Noviello, dopodiché, Massimiliano, il figlio di Mimmo, ha letto una lettera che gli hanno consegnato i ragazzi di Libera di Ivrea, dove il 10  maggio scorso  gli è stato intitolato il presidio dell’associazione presieduta da don Luigi Ciotti. “Ciao Mimmo – hanno scritto i ragazzi piemontesi -  vogliamo farti sentire la nostra vicinanza. Vogliamo esserci almeno con te con le parole, giacché fisicamente non è possibile. Per quanto lontane le strade si sono incontrate e abbiamo trovato in te una figura di riferimento. Abbiamo intitolato la nostra sede  a te affinché la gente conoscono la tua storia. Perché le persone sappiano che il tuo gesto è servito per infondere nuovo coraggio ad altri imprenditori che hanno  che hanno dato vita alla prima associazione antiracket di Castel Volturno.”
«Il ricordo di  Domenico Noviello -  ha detto  a margine della cerimonia Luigi Ferrucci, presidente dell’associazione -  per noi è doveroso. In qualche modo dobbiamo riparare ad un grave errore che fece la comunità. Noviello fu lasciato solo, esattamente così come era successo con Libero Grassi in Sicilia. Ricordare Noviello vuol dire continuare anche  dire no al racket. Vogliamo dimostrare  che da quel 16 maggio di sei anni fa, c’è un vento nuovo da queste parti».
Ma la giornata è appena iniziata.  Dopo la cerimonia, l’incontro tra la Consulta Provinciale degli Studenti di Caserta e il movimento antimafia e antiracket, presso il Centro di Formazione Nazionale del Corpo Forestale sul tema “Legalità e Ambiente”.  Vi  hanno partecipato, tra gli altri, Tano Grasso, il prefetto Antonio Contarino, il Presidente della Comunità Senegalese Mamadou Sy, Gianni Solino, referente provinciale  di “Libera”, Valerio Taglione, coordinatore del “Comitato Don Peppe Diana”.

 A seguire, nel pomeriggio, invece l’inaugurazione della sede dell’associazione antiracket intitolata a Domenico Noviello, in un bene confiscato in via Ostia. Tra gli intervenuti, Rosario D’Angelo coordinatore regionale delle associazioni antiracket, Carmela Pagano Prefetto di Caserta, Franco Malvano, commissario antiracket presso la Regione Campania, Luigi Ferrucci, presidente associazione antiracket “Domenico Noviello”, il prefetto Antonio Contarino e Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia.
“Il 16 maggio del 2008 io ero in quel quadrivio di Baia Verde – ha ricordato il procuratore Roberti che Tano Grasso ha indicato come il vero padre del movimento antiracket in Campania – A terra c’era il corpo senza vita di Domenico Noviello. In quell’occasione  capimmo finalmente quale era la strategia di quella banda di assassini di cui avevamo difficoltà a capire le mosse. Ci organizzammo e così cominciò la disarticolazione di quel gruppo criminale. Da allora è cominciata la crisi, il collasso, del clan dei casalesi. Ed oggi possiamo dire che quel fenomeno criminale come l’abbiamo conosciuto, con la sua articolazione anche militare e contro il quale abbiamo combattuto per 20 anni, non esiste più sul territorio. Ma non dobbiamo abbassare la guardia. Perché le condizioni socio ambientali non sono cambiate rispetto al passato e potrebbero riprodurre un nuovo fenomeno di criminalità organizzata”.

La giornata in ricordo di Domenico Noviello è stata conclusa da Massimiliano Noviello, il figlio di Mimmo. “Mio padre, è stato ucciso come Federico del Prete, come don Peppe Diana, perché come loro è stato lasciato solo. Oggi a Castel Volturno c’è l’associazione antiracket che porta il nome di mio padre. Il mio sogno è di vedere in questa sede la partecipazione di tanta gente affinché da questo posto parta il riscatto del territorio. Vorrei che non ci fossero più eroi, ma solo imprenditori  che non debbano pagare più alcun tipo di pizzo”.