lunedì 23 giugno 2014

STORIE PER BENE: GIGI DI FIORE PORTA TONINO CANGIANO E ANGELO RICCARDO AL FESTIVAL DELL'IMPEGNO CIVILE A CASAPESENNA



“Mettiamo qualche via Dante e via Boccaccio in meno a Casal di Principe e più via Antonio Cangiano e Angelo Riccardo". Gigi Di Fiore, giornalista del quotidiano “Il Mattino” e tra i maggiori conoscitori del fenomeno camorristico, strappa un applauso nell’angusta sede di Legambiente a Casapesenna, alla presentazione del suo libro “L’Impero dei casalesi”, nell’ambito del festival dell’Impegno Civile. La tappa è dedicata a due vittime della criminalità di Casapesenna: Antonio Cangiano, ferito dalla camorra il 4 ottobre del 1988, costretto su una sedia a rotelle e morto in seguito a quelle ferite il 26 ottobre del 2009. L’altra vittima innocente è Angelo Riccardo, un giovane di vent’anni ucciso “per caso” il 21 luglio 1991,  durante un regolamento di conti tra camorristi, mentre transitava in auto per le strade di San Cipriano di Aversa. E’ sabato pomeriggio, ma all’iniziativa  c’è un bel po’ di gente, nonostante il caldo e il poco spazio. Ci sono due sindaci, Renato Natale, di Casal di Principe e   Marcello De Rosa di Casapesenna. Gianni Zara, ex sindaco e avvocato della Federazione Antiracket. Insieme a Mauro Baldascino del Comitato don Peppe Diana, i tre figli e la moglie di  Antonio Cangiano e il fratello di Angelo Riccardo.

“Abbiamo scelto di parlare di questo libro – dice nell’introduzione Nicola Diana, presidente di Legambiente Casapesenna -  perché parliamo  anche di camorra e di questi tempi non è mai troppo”. “Siamo alla settima edizione di un festival – ha spiegato Mauro Baldascino - E la sua specificità è che è il primo festival che viene svolto completamente sui beni confiscati alla camorra.Sono circa quaranta le tappe di quest’anno che hanno come filo conduttore: “Le storie per Bene”.  Sono tante le storie per bene e noi le vogliamo ricordare.  Perciò ci stringiamo attorno ai familiari delle vittime, di Cangiano e Riccardo, perché questi loro lutti, questo loro dolore, deve servire anche a noi per darci la forza per riscattarci”.

“Io penso che la politica in questo territorio deve fare una cosa sacrosanta: ristabilire la normalità – ha detto Marcello De Rosa, il nuovo  sindaco di Casapesenna, nel suo intervento di saluto –  Dobbiamo essere prima noi, amministratori locali, a dare l’esempio. Solo così facendo possiamo rendere protagonisti del cambiamento tutta la cittadinanza”. Il sindaco, però, non ha spiegato perché il Comune non si è costituito parte civile al processo che vede imputati l’ex sindaco Fortunato Zagaria, l’ex Consigliere comunale, Amato e il boss Michele Zagaria, per le minacce contro un altro ex sindaco, Giovanni Zara.

“L’episodio del ferimento di Antonio Cangiano – ha sottolineato Pasquale Iorio, moderatore dell’incontro – non è stato valutato nella sua reale gravità. Ora che siamo ad una svolta storica in questi territori, bisogna governare l’impegno”. Propone per questo un evento nazionale per ricordare Antonio Cangiano.

Renato Natale, neo sindaco di Casal di Principe, ci tiene a sottolineare che non si sente ospite alla manifestazione, ma padrone di casa. “Sono qui come membro di Libera e del Comitato don Peppe Diana. Sono qui come parte integrante di queste organizzazioni che da anni promuovono il festival dell’Impegno civile. Ho dedicato la vittoria di Casal di Principe ai familiari delle vittime. Provvederemo a che tutti i nomi delle vittime vengano ricordati nei  luoghi pubblici della città. I cittadini devono avere nuovi valori e nuovi modelli di riferimento”.

Tocca poi al presidente di Legambiente, Nicola Diana, leggere le parole che Renato Natale scrisse in occasione della morte di Antonio Cangiano: “Siamo colpevoli, siamo tutti colpevoli dei suoi 21 anni di sofferenza. E’ colpevole questa terra che chiede ai suoi figli migliori sacrifici estremi come quelli di Tonino. Una morte come fu per don Peppe Diana. Siamo colpevoli delle troppe assenze dell’indifferenza che ha circondato il suo calvario. Ma lo siamo anche su ciò che lo ha preceduto. Il silenzio sulle cosche, le complicità. Siamo colpevoli per non aver denunciato, di non aver gridato il nostro no ai criminali. Perché abbiamo lasciato solo Tonino e pochi altri come lui”.  

Nell’introduzione al dibattito, Pasquale Iorio, sottolinea che il libro di Di Fiore “racconta l’intreccio dettagliato tra la camorra, l’economia, la politica e le istituzioni. E’ stata questa la cappa che ha portato all’isolamento di Tonino Cangiano. Gigi di Fiore, inviato speciale del “Mattino”, è uno studioso non solo del fenomeno criminale legato alla camorra, ma è anche studioso della storia d’Italia del risorgimento e dell’Unità d’Italia che vide crescere un fenomeno di malessere sociale come il Brigantaggio. In quella radice Di Fiore individua alcuni fenomeni che vedono la presenza della mafia in Sicilia,  la ‘ndragheta in Calabria e la camorra in Campania”.

 “Bisogna ricordare le vittime e non le persone che hanno ammazzato – esordisce Di Fiore nel suo intervento -  Quello che dice il mio amico Paolo Siani, è molto giusto: Oggi nessuno ricorda i killer di Giancarlo Siani, ma tutti ricordano chi è Giancarlo. Perciò – insiste – bisogna mettere qualche via Dante e via Boccaccio in meno e più Antonio Cangiano e Angelo Riccardo tra i nomi delle strade. Sarebbe poi auspicabile che nelle varie fiction che passano in Tv, seguissero l’impostazione dei film americani che raccontavano del Vietnam, dove  la figura del Vietcong era solo un’ombra,  una sagoma che passava. In quei film, invece, si vedeva nitidamente il dramma dei soldati americani. Mi auguro perciò che quando ci si dovrà occupare di queste vicende, le persone negative siano solo delle sagome”. Il giornalista del Mattino  sottolinea che alla fine del libro c’è un forte messaggio di speranza. “Ho usato le parole di quella ragazza, Raffaella Mauriello, che alla festa della polizia del maggio 2008, alla presenza di Manganelli, disse “Io sono stanca di essere identificata col nome dei casalesi come termine negativo, voglio che il nome del mio paese non sia più associato ai criminali, ma alla gente  della mia città, al luogo in cui si è nati, ma non ad un clan”.

Arriva poi la testimonianza di Angela Cangiano, la primogenita di Tonino. Legge una lettera accorata che ha indirizzato al padre. “A te che ci hai sempre incoraggiato a non rinunciare mai ai nostri sogni, ad essere sempre noi stessi, a camminare sempre dritti per la nostra strada. Tante volte mi dicevi: “ Voi dovete essere cittadini attivi. E’ sbagliato disinteressarsi delle cose che accadono nel vostro paese e non solo”. Credevi molto in noi giovani, perché dicevi che i giovani erano portatori di nuove idee e affrontavano i problemi con la mente libera, libera dai compromessi. Grazie. Grazie per il tuo modo di essere. Hai sempre rifiutato vincoli e condizionamenti. Hai sempre sognato un mondo migliore. Sei sempre stato il nostro punto di riferimento, la nostra forza. Fisicamente non sei più tra noi, ma posso dire che sei vivo. Vivo in noi e in quanti hai trasmesso i tuoi ideali e i tuoi modi di dire d i fare. Siamo fieri di essere i tuoi figli. Lo siamo sempre stati e per te non possiamo che chiedere giustizia”.  La lettera è anche l’occasione per Pasquale Iorio per ricordare quando Tonino Cangiano gli diceva: “Io devo sempre poter guardare in faccia i miei figli con orgoglio”. “Questa tua lettura me l’ha fatto ricordare con commozione”. Dice Iorio riferendosi alla figlia.

L’avvocato Gianni Zara snocciola i suoi ricordi: Era ildicembre 2008, allora ero sindaco di Casapesenna,  mi recai a casa di Tonino Cangiano, perché in quel periodo – sottolinea Zara -  erano capitate cose che stanno uscendo ultimamente sui giornali e se non fosse stato per il suo coraggio e per avermi dato quella forza, non avrei fatto tutto quello che poi è stato fatto. Devo molto a Tonino”. Zara continua nel rammentare quei mesi difficili: “Nel 2008 fu anche la prima volta che a Casapesenna si realizzò una tappa del festival dell’impegno civile  promosso dal Comitato don Diana. Ci fu una manifestazione nel bene confiscato a Luigi Venosa e fu forse l’inizio della fine di quell’amministrazione comunale. Oggi sono contento oggi di vedere molte facce di cittadini di Casapesenna, a differenza di allora. Finalmente una parte di cittadini ha capito e scelto da che parte stare.”

Dopo la testimonianza di un ragazzo di origini siciliane che legge un testo che ricorda come fu ucciso Angelo Riccardo,  Pasquale Cirillo, referente del presidio di Libera di Casapesenna, racconta di quando frequentava l’azione cattolica e la parrocchia del paese. “I parroci preparavano corsi biblici, non tanto per formarci, ma per dare risposte a gruppi di ragazzi che frequentavano altri centri religiosi, come il caso di Angelo Riccardo che era Testimone di Geova. Ho conosciuto Angelo perché avevo frequentato un corso anti Testimoni di Geova. Io dicevo al parroco: “ma quei ragazzi sono dei giovani perbene, portano le cravatte, camicie a maniche lunghe. Ma è possibile che a Casapesenna con tutti problemi che abbiamo, dobbiamo prendercela con questi ragazzi?” Ho incontrato Angelo diverse volte per andare a mangiare una pizza e non certo per dargli quel volantino che la parrocchia aveva preparato. Si aveva paura di uscire di casa perché c’erano i killer della camorra che sparavano all’impazzata fuori al bar col kalashnikov e il problema non poteva essere il  testimone di Geova. Eppure – dice Pasquale Cirillo -  se la chiesa avesse fatto vent’anni quello che fa oggi, forse qualcosa sarebbe cambiato prima. Il nostro impegno nacque proprio in quei tempi difficili – sono sempre i ricordi di Cirillo -  A scuola non mi avevano mai parlato di camorra. Perciò è inaccettabile che un ragazzo a vent’anni debba morire così”. I ricordi di Cirillo si intrecciano anche con l’amicizia con Tonino Cangiano. “Ho fatto l’amministratore nel 93/94, come delegato della parrocchia. Tonino fu il primo a portare le regole in questo paese. Non si era mai parlato di Piano Regolatore Generale, di tributi. Tonino cominciò a farlo con determinazione. Diceva anche che i giovani dovevano avere luoghi per incontrarsi, voleva l’isola pedonale. Perché, dovete sapere che  da queste parti c’era l’abitudine di incontrarsi con le ragazze in modo alquanto strano. Qui negli anni 90 le ragazze camminavano a piedi e i maschietti a fianco nelle macchine. E, specie se dovevi andare a Casal di Principe e avvicinare una ragazza, ci si doveva andare con un’autogrande. C’era chi andava a fittarle. Oppure si doveva andare da un amico che aveva la Mercedes e si diceva: “mi fai andare a casale a parlare con quella ragazza?” Non erano neanche ragazze di famiglie per bene. Ma quella era la cultura dell’epoca. Tonino Cangiano – ricorda Cirillo -  voleva fare l’isola pedonale perché diceva che i giovani dovevano incontrarsi, parlarsi di persona a non nelle macchine. La facemmo l’isola pedonale”.



Le conclusioni della giornata sono affidate a Rossella Muroni, direttrice nazionale di Legambiente: “La notizia di Renato Natale sindaco a Casal di Principe ha emozionato tutta l’Italia. Chi si batte per la rinascita di queste terre, sa bene che su questi luoghi si gioca la credibilità di un intero Stato. Perché quello che è stato permesso in questi territori è una sconfitta dello Stato in senso generale. Perciò va recuperata innanzitutto la credibilità delle istituzioni. Recuperare la credibilità che renderebbe onore al sacrificio di persone come Antonio Cangiano. La corruzione, insieme ai reati penali contro l’ambiente,  è uno dei grandi problemi di questo paese. Il governo Renzi su questo dovrebbe dare prova di decisionismo”.

venerdì 16 maggio 2014

DOMENICO NOVIELLO UCCISO PERCHE' LASCIATO SOLO. FRANCO ROBERTI: "CASALESI SCONFITTI, MA NON ABBASSIAMO LA GUARDIA"


Fu ucciso sei anni fa, il 16 maggio 2008  e stamattina,  Domenico Noviello, è stato commemorato a Castel Volturno, a Baia Verde,  proprio a pochi passi dal luogo dell’agguato, nella piazzetta che ora porta il suo nome. Domenico, “Mimmo” Noviello, titolare di una autoscuola, nel 2001 aveva denunciato un tentativo di estorsione da parte del clan Bidognetti. Noviello fece condannare i suoi estorsori testimoniando al processo contro i camorristi che avevano chiesto il pizzo. Sette anni dopo la denuncia, il 16 maggio 2008, l’agguato ad opera di un commando di camorristi, guidati dal boss Giuseppe Setola. Alla cerimonia, molto sobria, hanno partecipato i figli e la moglie di Noviello. Con loro Tano Grasso, presidente onorario della Federazione Antiracket, il prefetto Antonio Contarino, a capo della terna commissariale del Comune di Castel Volturno, Il capo della squadra mobile di Caserta, Alessandro Tocco, il  capitano dei Carabinieri di Mondragone, Lorenzo Iacobone, Valerio Taglione del Comitato don Diana, Gianni Solino responsabile di Libera Caserta, Paolo Miggiano della Fondazione Polis, alcuni familiari di vittime della criminalità, Francesco Clemente, Emilio Diana,  Luciana di Mauro, Gennaro del Prete, Carmen del Core, il testimone di giustizia, Augusto di Meo.

C’erano anche molti studenti delle scuole medie di Castel Volturno, che hanno letto componimenti fatti nelle classi per ricordare il sacrificio di Domenico Noviello. Tre corone di fiori sono state deposte davanti alla stele in marmo che ricorda Noviello, dopodiché, Massimiliano, il figlio di Mimmo, ha letto una lettera che gli hanno consegnato i ragazzi di Libera di Ivrea, dove il 10  maggio scorso  gli è stato intitolato il presidio dell’associazione presieduta da don Luigi Ciotti. “Ciao Mimmo – hanno scritto i ragazzi piemontesi -  vogliamo farti sentire la nostra vicinanza. Vogliamo esserci almeno con te con le parole, giacché fisicamente non è possibile. Per quanto lontane le strade si sono incontrate e abbiamo trovato in te una figura di riferimento. Abbiamo intitolato la nostra sede  a te affinché la gente conoscono la tua storia. Perché le persone sappiano che il tuo gesto è servito per infondere nuovo coraggio ad altri imprenditori che hanno  che hanno dato vita alla prima associazione antiracket di Castel Volturno.”
«Il ricordo di  Domenico Noviello -  ha detto  a margine della cerimonia Luigi Ferrucci, presidente dell’associazione -  per noi è doveroso. In qualche modo dobbiamo riparare ad un grave errore che fece la comunità. Noviello fu lasciato solo, esattamente così come era successo con Libero Grassi in Sicilia. Ricordare Noviello vuol dire continuare anche  dire no al racket. Vogliamo dimostrare  che da quel 16 maggio di sei anni fa, c’è un vento nuovo da queste parti».
Ma la giornata è appena iniziata.  Dopo la cerimonia, l’incontro tra la Consulta Provinciale degli Studenti di Caserta e il movimento antimafia e antiracket, presso il Centro di Formazione Nazionale del Corpo Forestale sul tema “Legalità e Ambiente”.  Vi  hanno partecipato, tra gli altri, Tano Grasso, il prefetto Antonio Contarino, il Presidente della Comunità Senegalese Mamadou Sy, Gianni Solino, referente provinciale  di “Libera”, Valerio Taglione, coordinatore del “Comitato Don Peppe Diana”.

 A seguire, nel pomeriggio, invece l’inaugurazione della sede dell’associazione antiracket intitolata a Domenico Noviello, in un bene confiscato in via Ostia. Tra gli intervenuti, Rosario D’Angelo coordinatore regionale delle associazioni antiracket, Carmela Pagano Prefetto di Caserta, Franco Malvano, commissario antiracket presso la Regione Campania, Luigi Ferrucci, presidente associazione antiracket “Domenico Noviello”, il prefetto Antonio Contarino e Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia.
“Il 16 maggio del 2008 io ero in quel quadrivio di Baia Verde – ha ricordato il procuratore Roberti che Tano Grasso ha indicato come il vero padre del movimento antiracket in Campania – A terra c’era il corpo senza vita di Domenico Noviello. In quell’occasione  capimmo finalmente quale era la strategia di quella banda di assassini di cui avevamo difficoltà a capire le mosse. Ci organizzammo e così cominciò la disarticolazione di quel gruppo criminale. Da allora è cominciata la crisi, il collasso, del clan dei casalesi. Ed oggi possiamo dire che quel fenomeno criminale come l’abbiamo conosciuto, con la sua articolazione anche militare e contro il quale abbiamo combattuto per 20 anni, non esiste più sul territorio. Ma non dobbiamo abbassare la guardia. Perché le condizioni socio ambientali non sono cambiate rispetto al passato e potrebbero riprodurre un nuovo fenomeno di criminalità organizzata”.

La giornata in ricordo di Domenico Noviello è stata conclusa da Massimiliano Noviello, il figlio di Mimmo. “Mio padre, è stato ucciso come Federico del Prete, come don Peppe Diana, perché come loro è stato lasciato solo. Oggi a Castel Volturno c’è l’associazione antiracket che porta il nome di mio padre. Il mio sogno è di vedere in questa sede la partecipazione di tanta gente affinché da questo posto parta il riscatto del territorio. Vorrei che non ci fossero più eroi, ma solo imprenditori  che non debbano pagare più alcun tipo di pizzo”.

lunedì 12 maggio 2014

A IVREA PRESIDIO DI LIBERA INTESTATO A DOMENICO NOVIELLO. IL16 MAGGIO LA FAI, LIBERA E IL COMITATO DON DIANA LO RICORDANO A CASTEL VOLTURNO


E’ stato intitolato a Domenico Noviello, l’imprenditore originario di San Cipriano di Aversa ucciso dalla camorra, il presidio di Libera di Ivrea (To). La cerimonia è avvenuta sabato scorso alla presenza del figlio Massimiliano, in via Arduino,  dove è stata scoperta una targa con la scritta: “Domenico Noviello: un uomo libero e dignitoso che si rifiutò di inchinarsi alla prepotenza della camorra”. Domenico, “Mimmo” Noviello, titolare di una autoscuola, nel 2001 aveva denunciato un tentativo di estorsione da parte del clan Bidognetti. Noviello fece condannare i suoi estorsori testimoniando al processo contro i camorristi che avevano chiesto il pizzo. Sette anni dopo la denuncia, il 16 maggio 2008, poco dopo le sette del mattino,  l’imprenditore fu ucciso a Castel Volturno, nei pressi di Baia Verde, da un commando di camorristi, tra cui anche alcuni di quelli denunciati nel 2001.
“Quando ci venne fatta la richiesta estorsiva, ne parlammo in famiglia – dice il figlio Massimiliano Noviello -  ricordo anche la sofferenza  di mia madre che 33 anni prima le fu ammazzato un fratello proprio perché si era ribellato ad un tentativo di estorsione. Decidemmo entrambi di denunciare, sia io che mio padre. Papà è stato assassinato per dare un messaggio sul territorio: questa è la sorte che tocca a chi denuncia. E’ stata dura. Ma mi conforta il fatto che dopo solo due anni a Castel Volturno è nata un’associazione antiracket di imprenditori  nel nome di Domenico Noviello”.
Intanto Venerdì 16 maggio, la Federazione nazionale delle Associazioni Antiracket (FAI),  ricorderà  proprio a Castel Volturno  Mimmo Noviello, in un evento promosso in collaborazione con Libera Caserta e con Il “Comitato don Peppe Diana”.
La commemorazione avrà inizio alle ore 10,30 in Piazzetta Domenico Noviello, località Baia Verde, con la presenza dei familiari. Alle ore 11,30 è previsto l’incontro tra il movimento antiracket con la Consulta degli studenti di Caserta.  Alle ore 18 ci sarà, invece, l’inaugurazione del bene confiscato assegnato all’associazione antiracket Castel Volturno “Domenico Noviello”.

«Ricordare Domenico Noviello - spiega Luigi Ferrucci, presidente dell’associazione -  vuol dire riparare ad un grave errore che fece la comunità quando lo lasciò solo, esattamente così come era successo con Libero Grassi in Sicilia. Il ricordo di Noviello vuol dire continuare ad esprimere il nostro convinto no al racket e vuol dire mostrare l’evidente cambio di mentalità che da quel tragico 16 maggio del 2008 si è generato a Castel Volturno. Tutto, poi, concorre ad incoraggiare sempre di più imprenditori, commercianti, operatori economici a denunciare qualsiasi forma di estorsione».

All’incontro del pomeriggio, oltre a Luigi Ferrucci presidente dell’associazione Antiracket, “Domenico Noviello”, interverranno  Rosario D’Angelo coordinatore regionale delle associazioni antiracket, Antonio Contarino commissario prefettizio del comune di Castel Volturno, Tano Grasso presidente onorario della FAI, Giuseppe Borrelli Procuratore Aggiunto della DDA di Napoli, Carmela Pagano Prefetto di Caserta, Elisabetta Belgiorno commissario straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura, Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia.

giovedì 24 aprile 2014

SPOSTATA LA LAPIDE CHE RICORDA GAETANO MONTANINO IN PIAZZA DEL CARMINE A NAPOLI

L’avevano ridotta ad un immondezzaio, ma stamani il Comune di Napoli ha dato nuovamente il decoro che merita alla targa in piazza del Carmine che ricorda Gaetano Montanino, la guardia giurata uccisa da due rapinatori la notte del 4 agosto 2009.  

Il cippo commemorativo è stato spostato su un’aiuola a pochi metri dalla strada e inaugurato con una cerimonia semplice, dall’assessore  alle politiche giovanili  del Comune di Napoli, Alessandra Clemente,  alla presenza della moglie di Montanino, Luciana di Mauro, della figlia, Veronica, di Don Tonino Palmese e Geppino Fiorenza coordinatori regionali di Libera, insieme a don Luigi Ciotti, presidente di Libera,  di numerosi familiari delle vittime innocenti della criminalità e Paolo Miggiano per la  Fondazione Polis.

Gaetano Montanino, 45 anni, guardia giurata e dipendente dell'istituto "La vigilante",  la notte del quattro agosto di cinque anni fa, era in auto con il suo collega, Fabio De Rosa, di 25 anni. I due vigilanti erano davanti ad un negozio di giocattoli in piazza del Carmine quando all’improvviso arrivano su uno scooter due giovani con i volti coperti da un casco. Sono Davide Cella e Salvatore Panepinto, giovani che girano intorno al Clan Contini che opera nella zona.  Colgono di sorpresa Montanino e De Rosa.  "Non vi muovete e dateci le pistole". Gaetano Montanino reagisce. Tira la pistola dalla fondina e fa fuoco. Anche i due  rapinatori sparano. Montanino viene raggiunto da otto colpi di pistola. Muore subito. Fabio De Rosa è più fortunato, viene solo ferito nonostante sei colpi lo raggiungono in varie parti del corpo. Uno dei due aggressori, Davide Cella, rimane ferito a sua volta. Per i due aggressori ci sarà  una condanna a vent’anni di carcere.


“Non si poteva più permettere di mantenere questa lapide abbandonata tra i rifiuti  -  ha detto Antonio D’amore, referente provinciale di Libera -  in un posto dove lo scempio e il degrado erano quotidiano e non consentivano ai famigliari di Gaetano nemmeno di portare un fiore”.

“Questa cerimonia è anche una risposta all’indifferenza che ha dimostrato il quartiere nei confronti di  mio padre – ha sottolineato polemicamente Veronica Montanino, la figlia di Gaetano  – speriamo che cambiando posto alla lapide ridaremo ad essa la dignità che ha sempre avuto, anche ricoperta dall’immondizia”.

“Non sarà mai abbastanza quello che potrà fare la città per le nostre vittime innocenti – ha detto Alessandra Clemente, che a sua volta è figlia di Silvia Ruotolo, un’altra vittima innocente – oggi, però, c’è un risultato collettivo, perché abbiamo un obiettivo collettivo: la memoria e la giustizia. Napoli è una città che deve chiedere scusa a tanti, ma è anche una città generosa che si è presa cura di alcune ferite. E lo facciamo oggi che è la giornata di San Giorgio, patrono delle guardie giurate. Gaetano Montanino deve diventare un punto di riferimento soprattutto per i ragazzi di questa città che devono scegliere ogni giorno da che parte stare”.


“Le lapidi vanno bene  - ha detto don Luigi Ciotti  durante la celebrazione della messa per Montanino nella basilica del santuario del Carmine Maggiore - Giusto dare più decoro e visibilità, ma tutti quei nomi delle vittime innocenti devono essere scritti nelle nostre coscienze, o rischiamo che diventino solamente retorica”.

Intanto stamattina presso la sala giunta del Comune di Napoli è stato presentato lo spettacolo "Mater Camorra" dedicato proprio a Gaetano Montanino e curato dell'Accademia Vesuviana del Teatro e del TIN, Teatro Instabile Napoli. Nel cast degli attori figura anche Veronica Montanino.

sabato 15 marzo 2014

LO STATO RICONOSCA IL TESTIMONE DI GIUSTIZIA CHE FECE CONDANNARE IL KILLER DI DON DIANA. UN APPELLO DEI FAMILIARI DEL PRETE UCCISO DALLA CAMORRA

Augusto di Meo  tra Alessandro Preziosi e Pierluigi Cuomo
Lo Stato riconosca il testimone di giustizia che fece arrestare il killer di don Giuseppe Diana". Un appello in tal senso è stato rivolto al Presidente della Repubblica, al Premier, Matteo Renzi, ai ministri dell’Interno e della Giustizia e ai presidenti di Camera e Senato, affinché venga riconosciuto ad Augusto di Meo, il fotografo che riconobbe il killer e testimoniò nel processo per la morte di don Diana, lo status di Testimone di Giustizia, per riparare ad un torto durato vent’anni. A firmare l’appello sono i familiari di don Diana, il vescovo di Aversa, il  “Consiglio dell’Ordine degli avvocati” di Santa Maria Capua Vetere, il “Comitato don Peppe Diana”, l’associazione “Libera” e il “Collegamento campano contro le camorre”. 

Di Meo riconobbe in fotografia la persona che aveva sparato contro don Diana quella mattina del 19 marzo 1994: “Si è lui, è Giuseppe Quadrano – disse deciso il fotografo ai carabinieri che lo interrogarono -  è entrato in chiesa e prima di sparare ha chiesto: “Chi è don Peppe?”. Fu grazie al suo coraggio se gli inquirenti cominciarono da subito la caccia all’assassino di don Diana. 

“Chiediamo un atto concreto – è scritto nella lettera inviata agli organi istituzionali e che sarà pubblicata sui social network per raccogliere quante più adesioni possibili - per rendere omaggio alla memoria del sacerdote ucciso, mediante la concessione ad  Augusto Di Meo, testimone dell’omicidio, il  riconoscimento che la legge prevede per i testimoni di giustizia e che tutt’oggi, a vent’anni di distanza, non è, purtroppo, ancora avvenuto”.
Augusto  di Meo con Marisa Diana e Iolanda di Tella

Dopo la scelta di testimoniare nel processo per  la morte di don Diana, Augusto Di Meo  dovette abbandonare San Cipriano di Aversa, dove abitava e lavorava, perché temeva ritorsioni. Fu costretto a chiudere  la sua attività di fotografo e si recò in Umbria, insieme con la moglie e i due figli piccoli. Tentò di trasferire qui l’attività di fotografo professionale, ma con scarso successo.  Di Meo, oggi 54enne, è ritornato  da più di quindici anni a vivere di nuovo nel suo paese. Ha riaperto l’attività, ma sconta ancora il peso di quegli anni in cui ha dovuto inabissarsi. Ha contratto diversi debiti con Equitalia ai quali non riesce a far fronte, anche perché nel frattempo ha dovuto mantenere due figli a scuola, un ragazzo e una ragazza, entrambi da poco laureati.

Augusto Di Meo
“La testimonianza di Di Meo – scrivono ancora i promotori dell’appello -  come ha riconosciuto la Corte di assise di appello di Napoli e, in via definitiva, la Corte di Cassazione, è stata fondamentale per individuare l’esecutore materiale dell’omicidio e per condannarlo, unitamente ai mandanti e complici, alle pene di giustizia, ma anche per determinare l’assoluzione di due soggetti che in primo grado vennero condannati, erroneamente, alla pena dell’ergastolo, ma comunque non è stata sufficiente ad ottenere il meritato riconoscimento che la legge prevede per i testimoni di giustizia  (D.L 8/91, L. 45/2001)”.

Per vent'anni, intanto, il coraggio e lo slancio civico in un territorio dove l’omertà è fortemente radicata, ad Augusto di Meo non gli sono valsi un granché. Il fotografo di San Cipriano ha dovuto denunciare lo Stato per cercare di vedere riconosciuti i propri diritti.. Il 16 gennaio 2013 ha presentato un atto di citazione al tribunale di Napoli contro il Ministero dell’Interno per un giudizio che è cominciato il 13 maggio 2013 ed è tuttora in corso.

 “Uno Stato di diritto – conclude l’appello  -  non può negare questo riconoscimento ai suoi cittadini più meritevoli. Si tratta di un debito morale che lo Stato ha con Augusto Di Meo”.

giovedì 27 febbraio 2014

LA LAUREA "HONORIS CAUSA" PER DON GIUSEPPE DIANA CONSEGNATA AI FRATELLI EMILIO E MARISA

Fu ucciso prima di poter conseguire la laurea in Teologia Biblica a cui teneva tanto. Stamattina il riconoscimento “post mortem” per don Giuseppe Diana con la consegna della “Licenza” da parte della commissione d’esami nelle mani dei fratelli, Emilio e Marisa. La cerimonia, sobria ma molto partecipata, si è tenuta presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale a Napoli, nella prestigiosa sede di Via Petrarca, alla presenza dei familiari di  don Diana, di tanti amici e sacerdoti arrivati da Casal di Principe, e di numerosi studenti dell’istituto.

Al tavolo dei  relatori il  preside decano,  don Sergio Bastianel,  uno dei suoi professori dell’epoca, don Ettore Franco;  don Giovanni di Napoli, suo compagno di seminario  e il vescovo della diocesi di Aversa, monsignor Angelo Spinillo.

“Questa giornata ha luogo perché nel 2011 – ha spiegato don Ettore Franco – il professor Sergio Tanzarella  prese l’iniziativa di richiedere la ricomposizione  del curriculum accademico di don Peppino Diana. Il consiglio accademico ha discusso e valutato la richiesta e ha deciso che c’erano le condizioni per concedere la laurea “post mortem”.

A don Diana, già laureato in lettere e filosofia, mancavano pochi  esami per la laurea in Teologia Biblica. “Aveva raggiunto 29 crediti doveva arrivare a 36 compresa la tesi finale. Don Diana – ha ricordato don Ettore – citava spesso i profeti. Insieme agli altri parroci, aveva prodotto il documento: “Una religione della responsabilità”, in vista delle elezioni del 1993: “Stavolta il coraggio della ipocrisia e la coscienza di essere lievito nella pasta, ci impongono di non tacere”.  Intervistato da Repubblica il 24 ottobre ’93, don diana esplicitò meglio il suo pensiero: “Non sono un politico, ma un uomo di chiesa che si limita a lottare accanto alla gente che abita in questi luoghi nel tentativo di affermare quei diritti che il malgoverno e la camorra hanno sempre negato”.
“Gli avevo affidato una tesi dal titolo: “L’affidabilità del profeta” – ha ricordato don  Ettore -  Quella tesi non è mai stata consegnata in segreteria, ma è stata scritta con l’amore più grande, quella che dona la vita ed è stata firmata col sangue”.

Don Giovanni di Napoli ha tratteggiato il profilo di Don Diana, ragazzo di paese, compagno di seminario,  ragazzo di provincia e uomo coraggioso. “Si stabilì tra noi  un’amicizia  sincera. In lui cresceva a vista d’occhio anche la dimensione spirituale. Spesso mi capitava di sorprenderlo in preghiera. Due esperienze lo avevano segnato in modo particolare:  il contato con gli ammalati e il rapporto con gli scout dell’Agesci. Mi confidava che la sua spontaneità lo faceva apparire  agli altri come un superficiale. Ma non era così. Era attaccato alla terra. Alla sua terra, Nell’estate del 1969 tre di noi vivemmo con lui anche un’esperienza di lavoro nel suo terreno raccogliendo pesche per almeno  quindici giorni.  Fu l’occasione per conoscere la sua solidità di legami familiari e parrocchiali. Tutta la sua esuberanza la incarnava al servizio della chiesa e della sua missione. Parafrasando il profeta, diceva: “Impara da me che sono mite e umile di cuore”.

A consegnare la laurea nelle mani di Marisa ed  Emilio, i fratelli di don Diana,  nella commozione generale, è stato il vescovo di Aversa, Angelo Spinillo. “La pergamena di laurea, interamente scritta in latino – ha spiegato  il preside Don Bastianel -  porta scritto in alto “in memoria”, ricordando così che si tratta appunto di un titolo rilasciato ad “Honorem”.


Monsignor Spinillo nel suo saluto finale,  ha voluto  ringraziare la Pontificia Facoltà  per questo riconoscimento. “Noi lo accogliamo non solo come commemorazione – ha detto -  ma come un gesto che ci richiama ad un percorso da continuare nella nostra storia personale. La citazione di scritti di don Diana e il racconto di episodi di vita vissuta, dimostrano la ricchezza del suo cammino, un percorso a volte anche faticoso con cui ha risposto alla vocazione. Mi piace pensare che le citazioni bibliche fatte, tutte prese nell’ambito della profezia, annuncino che non c’è compimento nella nostra vista se non si è partecipi nell’annunzio del nuovo. Mai come nel caso di don Diana il chicco di grano che è morto, ha  generato vita nuova”.

OMICIDIO DI ATTILIO ROMANO'. CONDANNA ALL'ERGASTOLO PER MARCO DI LAURO, IL MANDANTE

Attilio Romanò

Nonostante gli sforzi del suo avvocato difensore, lo hanno condannato all'ergastolo. Questa è la pena comminata in appello Marco Di Lauro, elemento di vertice dell'omonima cosca di Secondigliano, accusato di essere il mandante dell'omicidio costato la vita ad Attilio Romanò, commesso in un negozio di telefoni cellulari, durante la faida di Scampia tra il clan Di Lauro e gli scissionisti degli Amato-Pagano a Napoli.  Attilio non c'entrava nulla con la camorra. I sicari cercavano un'altra persona

La sentenza conferma in pieno quella emessa in Corte d'Assise in primo grado. Carcere a vita anche per Mario Buono, considerato invece l'esecutore materiale del delitto. In aula ad ascoltare il verdetto anche la mamma di Attilio, Rita e la sorella Maria, insieme ad altri familiari delle vittime innocenti che hanno voluto far sentire la loro vicinanza alla famiglia Romanò presenziando al dibattimento finale nell'aula 320 del tribunale di Napoli.

L'omicidio avvenne il 24 gennaio del 2005 alla periferia di Napoli, a Miano, poco distante dal quartiere di Scampia. L'obiettivo dei killer era Salvatore Luise, nipote del boss degli scissionisti Rosario Pariante, ma nel negozio c'era solo Romanò.

L'inchiesta è nata grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che hanno ricostruito tutte le fasi del delitto.



Buono è detenuto mentre Di Lauro è ricercato da dieci anni ed è inserito nella lista dei trenta latitante più pericolosi d'Italia.