mercoledì 28 agosto 2013

INTERVISTA DELLA FIGLIA DI RIINA AD UNA TV SVIZZERA. FACEVA MEGLIO A STARSENE ZITTA


La figlia di Totò Riina, Lucia, la terzogenita,  in una intervista alla tv svizzera Rts,  dichiara di essere  dispiaciuta per le vittime della mafia, ma di essere onorata di portare il cognome del padre. Un video che ha  già suscitato molte polemiche e, soprattutto le stizzite reazioni della presidente dell’associazione vittime di via Georgofili, Giovanna Maggiani Chelli.

 «La smetta di rilasciare interviste a tanto il chilo - scrive Maggiani Chelli -, suo padre non ha ucciso qualcuno durante un raptus, ma ha macellato e fatto macellare scientificamente centinaia di poveri cristi che si sono trovati anche solo sulla sua strada come i nostri figli. Inorridisca una buona volta Lucia Riina davanti a tanto sangue innocente versato perché quelle come lei potessero fare la bella vita». «La prossima volta che rilascia una intervista del genere - scrive Maggiani Chelli - penseremo seriamente a cercare la possibilità di querelarla per lesa memoria dei nostri morti torturati e massacrati come cani dal macellaio di via dei Georgofili Salvatore Rina. Inoltre bastano le nostre di televisioni che esaltano i figli dei criminali , non ci si mettano anche quelle svizzere, guardino in casa loro e scopriranno così che capi mafia come Riina Salvatore non ne hanno mai avuti e che non è il caso di dare voce alla loro progenie».

Il commento della sociologa Alessandra Dino. «Nulla di nuovo. Ancora una volta la strategia comunicativa della mafia, e in particolare quella della famiglia Riina, passa attraverso l'utilizzo di rassicuranti figure femminili, come accade in questo caso in cui a parlare è la figlia minore del boss». Così la sociologa Alessandra Dino, docente dell'università di Palermo e autrice di numerosi saggi sul rapporto tra la mafia e le donne, commenta l'intervista rilasciata a una Tv svizzera da Lucia Riina. «Quello che più mi ha colpito - sottolinea la studiosa - è la continuità familiare: nell'intervista in studio Lucia ha la stessa facies, lo stesso look, perfino la stessa pettinatura che aveva la madre, Antonietta Bagarella, quando negli anni '70 fu intervistata dal giornalista Mario Francese, poi ucciso dalla mafia. Ed anche gli argomenti sono gli stessi, come il richiamo alla tradizione cattolica familiare e la difesa del cognome che porta. Insomma, lascia riflettere non poco il fatto che una donna di 32 anni usi gli stessi clichè della madre, a quarant'anni di distanza». Riferendosi infine alla frase di Lucia Riina che si è detta «dispiaciuta» per le vittime di mafia ma «onorata» di portare il cognome del padre, la sociologa osserva: «C'è un corto circuito logico in queste dichiarazioni, un forte distacco emotivo, come se nessuno fosse responsabile della morte di queste persone. Una separazione tra sfera privata e responsabilità pubbliche. Il fatto che Lucia Riina non riesca a condurre una vita 'normale’ non dipende certo dallo Stato ma è legato alla storia della famiglia cui appartiene»

Maria Falcone  - «Provo sconcerto e biasimo per le dichiarazioni di Lucia Riina. Pur rispettando il suo ruolo di figlia e consapevole che le colpe dei padri non possano per nessuna ragione ricadere sui figli, non accetto che una donna cattolica praticante, come lei sottolinea più volte nell'intervista, non prenda le distanze da un padre assassino. Un padre che ha provocato lacrime e dolore disumano alle tante famiglie delle vittime colpite dalla sua efferata violenza e ferocia». Così Maria Falcone, sorella di Giovanni, il giudice antimafia ucciso da Cosa nostra nel 1992, commenta l'intervista rilasciata a una tv svizzera dalla figlia di Totò Riina, Lucia. «Sarebbe stato meglio, per etica, moralità e discrezione verso gli italiani - prosegue -, non sbandierare il proprio 'onorè di portare un cognome tanto scomodo e relegare al proprio privato i sentimenti che si nutrono verso un genitore. Così come è altrettanto grave che per facile audience una tv svizzera si interessi alla figlia di un boss italiano, raccogliendo le sue opinioni su fatti tanto drammatici per la storia del nostro Paese e per le famiglie dei martiri colpiti dalle azioni mafiose ordite dal boss Salvatore Riina».

Sonia Alfano - «Lucia Riina proprio non ce la fa a stare lontana dalle luci della ribalta. È più forte di lei. E non ce la fanno giornali e tv a mantenere la decenza evitando di darle spazio» commenta Sonia Alfano, presidente della Commissione Antimafia Europea. «È francamente esasperante e disgustoso assistere a tale reiterato spettacolino da parte di Lucia Riina: - aggiunge - si dice dispiaciuta per le vittime del padre, ma al contempo orgogliosa del cognome che porta, perché corrisponde alla sua identità. Una contraddizione in termini, senza dubbio. Del resto Lucia Riina non è nuova a queste uscite e da lei non mi aspetto nulla di meglio di quanto fino ad ora fatto (o non fatto) e detto (o non detto)».

«È figlia di uno dei più cruenti mafiosi che la storia ricordi ed orgogliosa di esserlo. - prosegue - Questo, per me, basta a qualificarla. Mi aspetterei però maggiore prudenza e dignità da parte dei media. I familiari delle vittime, loro sì giustamente orgogliosi dei nomi che portano, vengono spesso ignorati. Si riesce a dare maggiore spazio e visibilità ai figli dei mafiosi che ai figli degli eroi civili che i mafiosi li hanno combattuti con coraggio e sprezzo del pericolo, rimettendoci la vita».


Intanto,  è sparito dal sito della tv svizzera TSR il video dell'intervista a Lucia, la figlia di Totò Riina. Lo annuncia Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell' Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili. «Ci aspettiamo ora - aggiunge l'associazione - che quanti, nel mondo, hanno in queste ore divulgato il video contenente l'intervista alla figlia del Capo di »Cosa nostra«, facciano altrettanto». «L'enormità della strage di Firenze in via dei Georgofili il 27 Maggio 1993 ha fatto il giro del mondo , perché erano stati colpiti gli Uffizi , ma quella notte morirono sotto 277 chili di tritolo distribuito da Salvatore Riina per salvaguardare i suoi affari e quelli dei suoi eredi, due bambine piccolissime, un ragazzo di venti anni e due giovani di poco più di 30 anni. Va tolta quindi ogni voce ai mafiosi terroristi eversivi del 1993 e ai suoi eredi, a meno che non vogliono verbalizzare ciò che sanno nella procura della Repubblica di Firenze» conclude l'associazione.

martedì 27 agosto 2013

TESTIMONI DI GIUSTIZIA ASSUNTI NELLA P.A. UNA NUOVA BEFFA PER AUGUSTO DI MEO CHE FECE CONDANNARE IL KILLER DI DON DIANA

Augusto Di Meo
“Il Decreto che assume i testimoni di giustizia nella Pubblica Amministrazione? Una buona norma, ma per me sfuma anche questa possibilità di aiuto, perché lo Stato non mi ha mai riconosciuto come testimone di Giustizia”. Augusto Di Meo, il fotografo di Casal di Principe che fece condannare il killer di don Giuseppe Diana, è amareggiato e deluso, perché nonostante la sua testimonianza sia stata determinante ai fini del processo e delle condanne comminate, non è stato mai riconosciuto come “testimone di giustizia”. Ora, con l’approvazione del decreto da parte del governo di norme che prevedono l’assunzione per “chiamata diretta nominativa” e che dovrebbe riguardare circa 80 persone in tutt’Italia, Di Meo rischia di perdere un altro treno che potrebbe contribuire a rendere meno difficoltosa la sua attuale condizione lavorativa e familiare, penalizzata dai problemi derivanti della crisi economica. Augusto Di Meo ha  citato in giudizio il Ministero dell’Interno per ottenere un riconoscimento che a diciannove anni da quei fatti, non è mai arrivato.  Fu grazie al suo coraggio se gli inquirenti cominciarono da subito la caccia a colui che aveva osato profanare una chiesa con l’uccisione di un prete.  Appena dopo il delitto, Di Meo riconobbe in fotografia la persona che aveva sparato quella mattina: “Si è lui, è Giuseppe Quadrano"  disse deciso il fotografo ai carabinieri che lo interrogavano 
Dopo quella testimonianza, Augusto Di Meo,  temendo probabili ritorsioni, fu costretto a chiudere  la sua attività di fotografo a Villa di Briano. Si recò in Umbria, insieme con la moglie e i due figli piccoli, dove tentò di trasferire la propria attività di fotografo professionale, ma senza successo. “Negli anni passati in Umbria – racconta Di Meo -  ho dovuto attingere a tutti i miei risparmi per poter continuare a svolgere la mia attività anche dopo il trasferimento e  mantenere la mia famiglia. Nel frattempo ho maturato anche diversi debiti, perché lo Stato non mi ha mai fornito alcuna protezione, nè mi ha mai aiutato dal punto di vista economico”.  
 
         Di Meo, oggi 52enne,  è ritornato  da quindici anni a vivere facendo il fotografo nei suoi luoghi di origine. La moglie Silvana 55 anni,  insegna nelle scuole materne del Comune di Roma. Tutte le mattine parte da Villa di Briano da casa poco prima delle 5  e torna a sera, poco prima delle 20, con un disagio familiare non indifferente. I figli, Antonio  (laureato in ingegneria) è disoccupato. La ragazza,  Livia Rosa,  è laureata in scienze della formazione ed è anche lei disoccupata. Per di più, Di Meo si trova anche a fronteggiare un forte un debito con Equitalia dovuto proprio al fatto di non aver avuto la possibilità di far fronte a tutte le scadenze economiche perché per anni non ha potuto svolgere pienamente la propria attività.
 Augusto, intanto, continua a raccontare come sono andati i fatti quella mattina del 19 marzo del 1994. Lo fa con  centinaia di ragazzi che passano nelle “terre di don Diana”, per i campi di lavoro promossi da Libera. Per questa sua attività , il 30 novembre del 2012 gli è stato assegnato il “premio Nazionale don Giuseppe Diana”, insieme al procuratore della DDA, Federico Cafiero De Raho e al padre comboniano, Giuseppe Zanotelli.
 
Il suo legale, l’avvocato Alessandro Marrese, per ottenere il riconoscimento da parte dello Stato quale testimone di Giustizia, ha scritto una prima lettera  alla Commissione Centrale che definisce e applica le misure di protezione presso il Ministero dell’Interno,  il 6 febbraio del 2012. Ma non ha ottenuto risposta. Ho sollecitato   tre mesi dopo un nuovo intervento, ma niente. E così il 16 gennaio 2013 ha presentato un atto di citazione al tribunale di Napoli contro il Ministero dell’Interno per un giudizio che è cominciato il 13 maggio, perché Di Meo e la sua famiglia non possono essere abbandonati così.
“Il Ministero dell’Interno si è opposto con motivazioni che se conosciute pubblicamente – spiega l’avvocato Marrese -  sicuramente non invoglierebbero altre persone a testimoniare contro la criminalità organizzata”.
 
La prossima udienza del giudizio contro il Ministero dell’Interno è stata fissata per il mese di dicembre 2013.
“Non mi fermo – dice Augusto con un volto che diventa rosso dalla rabbia – aspetto giustizia. Ho ancora fiducia nello Stato anche perché so che don Diana da lassù non mi abbandonerà”.

LIBERO DI NOME E DI FATTO


L'imprenditore palermitano Libero Grassi
29 Agosto 1991, un killer aspetta sotto casa un imprenditore che si era rifiutato di pagare il pizzo. Il killer è Salvatore Madonia. L’imprenditore è Libero Grassi, non un eroe, ma un uomo qualunque, un uomo Libero di nome e di fatto. Anzi, la libertà l'aveva nel dna Libero Grassi. La portava con sé ogni giorno, scolpita in quel nome che i genitori, convinti antifascisti, gli avevano dato in ricordo del sacrificio di Giacomo Matteotti. Libero Grassi, l'imprenditore tessile che disse di no al pizzo, che non si piegò all'imposizione mafiosa, perché, spiegò a Michele Santoro durante una puntata di Samarcanda dell'aprile del 1991, «non mi piace pagare. È una rinuncia alla mia dignità d'imprenditore». La sua impresa, la Sigma, era sana, produceva biancheria intima ed aveva un bilancio in attivo. «La prima volta mi chiesero i soldi per i 'poveri amici carcerati’, i 'picciotti chiusi all'Ucciardone’ - scrive Grassi in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera -. Quello fu il primissimo contatto. Dissi subito di no. Mi rifiutai di pagare. Così iniziarono le telefonate minatorie: 'Attento al magazzino’, 'Guardati tuo figliò, 'Attento a tè. Il mio interlocutore - racconta - si presentava come il geometra Anzalone, voleva parlare con me. Gli risposi di non disturbarsi a telefonare. Minacciava di incendiare il laboratorio. Non avendo intenzione di pagare una tangente alla mafia, decisi di denunciarli». Libero Grassi denuncia agli investigatori e pubblicamente. Chiede l'aiuto degli altri industriali, cerca solidarietà, sostegno, ma trova silenzio ed indifferenza. Di più ostilità. La mafia non esiste, gli imprenditori siciliani non pagano il pizzo, dice il presidente di Confindustria. Ma lui, quell'uomo austero, convinto sostenitore della libertà d'impresa non ci sta. Non si piega, non accetta, non ammicca.

E la sua ribellione la grida. Forte e chiara perché possa varcare i confini di Palermo e della Sicilia. Prende carta e penna e il 10 gennaio del 1991 scrive al Giornale di Sicilia. È una lettera indirizzata al suo «Caro estortore». «Volevo avvertire il nostro ignoto estortore - dice Libero Grassi - di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l'acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al 'Geometra Anzalone’ e diremo no a tutti quelli come lui». Poche semplici parole, che hanno l'effetto, però, di una deflagrazione. Troppo per Cosa nostra. Un affronto da punire con la morte, perché non sia di esempio ad altri, perché la ribellione non diventi contagiosa. Il 29 agosto del 1991 Salvatore Madonia lo attende sotto casa, in via Alfieri, e lo uccide sparandogli alle spalle. Per quell'omicidio molti anni dopo fu condannato all'ergastolo e, come lui, altri boss del calibro di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Ad uccidere materialmente Libero Grassi è stata la violenza del piombo mafioso, ma le colpe, le responsabilità di quella tragica morte vanno ricercate altrove: nel silenzio, nell'indifferenza di una città troppo compiacente, abituata a convivere con la prepotenza mafiosa. Una città fragile squassata dall'esempio eversivo della dignità e del rispetto delle regole. Ci sono voluti 13 anni perché Palermo si risvegliasse, perché nascesse il primo comitato antiracket, AddioPizzo, e a distanza di tre anni 'LiberoFuturo’, la prima associazione di imprenditori e liberi professionisti che hanno detto no al pizzo.

mercoledì 24 luglio 2013

ALBERTO VARONE UCCISO A SESSA AURUNCA IL 24 LUGLIO 1991. A LUI E' INTITOLATO IL PRESIDIO DI LIBERA DELLA CITTA'

Il giardino della Memoria a Sessa Aurunca
Il brano è tratto dal mio libro "La bestia" editore Melampo


C’era un forte odore di finocchio selvatico quella notte. Ai bordi della strada statale ce n’era tantissimo. Erano in piena fioritura e le infiorescenze gialle non avevano ancora i frutti maturi. Un’auto, un’Opel K adett, era ferma con la parte anteriore sul lato sinistro della mezzeria della Statale Appia, in direzione di Capua, al chilometro 183+000, in località “Acqua Galena”, nel territorio del comune di Francolise, tra Teano e Sessa Aurunca. La sua corsa era finita proprio sopra un bel mucchio di finocchi selvatici. Ne crescono tanti da queste parti da maggio ad agosto. L’auto aveva la terza marcia inserita e il quadro acceso. Il freno a mano non era tirato. All’esterno, all’altezza della maniglia dello sportello di guida, un foro d’arma da fuoco e poi ancora altri fori nel poggiatesta e nel vano motore. All’interno il conducente era  ferito mortalmente. L’Opel Kadett la trovarono così alle 4,30 del mattino del  24 luglio 1991 i carabinieri della stazione di Sant’Andrea del Pizzone. Furono avvertiti da una telefonata anonima che segnalava la macchina crivellata di colpi. Il sangue schizzato dappertutto e un uomo accasciato sullo sterzo. Un corpo quasi privo di vita.  Era Alberto Varone, 49 anni, un piccolo imprenditore di Sessa Aurunca. Aveva un negozio di mobili e distribuiva giornali alle edicole dei comuni intorno a Sessa Aurunca, la sua città. Era molto conosciuto nella zona. A quell’ora era uscito proprio per andare a prendere i quotidiani al deposito di San Nicola La Strada, una cittadina alle porte di Caserta. Cinquanta chilometri  per andare e cinquanta per tornare, ogni santo giorno. Non esistevano festività, se non quelle legate al riposo dei giornalisti. Ossia la vigilia di Natale e Natale, Pasqua, il primo maggio e il 15 agosto. Partiva più o meno dal centro cittadino di Sessa Aurunca attorno alle 4,00, da un pendìo di tufo vulcanico a Sud-Ovest del vulcano spento di Roccamonfina, e faceva sempre la stessa strada: Verso Carinola, prendendo la statale appia, lambendo Francolise, Sparanise, Capua, Casagiove e prima di Caserta, arrivava a San Nicola La Strada. Paesi distanti tra loro, inframmezzati dalla campagna estesa per centinaia e centinaia di ettari  e per decine di chilometri. La vegetazione tipica delle colline, a volte rigogliosa e umida, a volte secca, su cui arriva la brezza del vicino mare della riviera domizia. Le canne, i fichi d’india, i pini. Man mano che si sale più in alto, l’ambiente cambia aspetto: i pioppi, gli ulivi, i castagni. La stessa vegetazione che migliaia di anni fa si trovarono a contrastare gli Aurunci, antico popolo di queste  terre, per trovare luoghi abitabili a ridosso del fiume Garigliano. Qui in epoca preromana costruirono le  mura ciclopiche, che racchiudevano l’originario nucleo abitato di Sessa Aurunca dove si coniava moneta prima della conquista della città da parte dei Romani nel IV secolo avanti Cristo. Un territorio incontaminato se non fosse per la centrale nucleare, ora chiusa, sorta in un'ansa del Garigliano, agli inizi degli anno ’60. La centrale venne fermata  nel 1978 per un guasto tecnico a un generatore di vapore secondario, ma i danni all’ambiente sono stati evidenti negli anni.

La strada, Alberto Varone, la conosceva a menadito. Oramai di quei chilometri, che percorreva ogni mattina, col vento, con la pioggia, con la neve o col sole,  si può dire che ricordasse tutto: il guardrail rotto, la buca quasi mai riparata appena usciva dal centro abitato, la pianta di fico a pochi chilometri da Francolise, le aziende agricole prima di arrivare a Capua. Tutti elementi di riferimento che legava all’orario. Ogni mattina ad un’ora precisa  doveva trovarsi ad un certo punto della strada. Era tutto cronometrato. Il tempo era tiranno, perché alcune edicole aprivano alle 7,00 e per quell’ora doveva essere già di ritorno coi giornali da consegnare. Un lavoro fatto di tempestività, meticolosità, professionalità. Ad ogni edicola il suo pacco. In ogni pacco c’erano i quotidiani, i settimanali, i rotocalchi mensili. Un lavoro che Alberto Varone svolgeva da anni e senza mai avere grandi problemi. Cento  chilometri alle prime luci dell’alba si fanno in fretta, se non fosse che ogni tanto, nel tratto da Sessa Aurunca a Francolise, ci sono una serie di curve e tornanti che impediscono una guida molto veloce. Soprattutto se davanti si mette un camion di quelli che portano la merce che di mattina deve arrivare sul litorale domizio o nelle città del basso Lazio, Minturno, Scauri, Formia, Gaeta, subito dopo il fiume Garigliano. Sessa Aurunca è in una posizione strategica. E’ collocata al confine Nord-Ovest della Campania e della Provincia di Caserta. E’ divisa dalla Provincia di Latina proprio dal fiume Garigliano. Lo sapevano bene i Romani che nel 313 dopo Cristo, una volta sconfitti gli Aurunci, fecero di Sessa Aurunca una loro colonia. E per la sua posizione strategica tra la Via Appia e la Via Latina diventò un centro di produzione.

 
Il presidio di Libera "A. Varone" a Maiano di Sessa Aurunca
Gli assassini lo aspettavano già da qualche ora. Per loro quella notte era passata insonne. Sapevano che sarebbe passato di lì, a bordo della sua autovettura furgonata. Sapevano che il suo era un percorso obbligato. Lo avevano seguito e avevano verificato l’ora e il punto giusto dove tendergli l’agguato. Potevano anche decidere di ucciderlo quando sarebbe andato a consegnare i giornali in una delle 26 frazioni  del territorio di Sessa Aurunca. Un territorio grande ed esteso per 163 chilometri quadrati. In pratica il primo Comune della provincia di Caserta per estensione territoriale. Ma avrebbero dovuto organizzare l’agguato non più nel cuore della notte. E questo sarebbe stato più pericoloso. Potevano esserci testimoni ingombranti. Decisero allora di eliminarlo a notte fonda. Lo avrebbero fatto a pochi chilometri fuori da Sessa Aurunca. Lo avrebbero ucciso e lasciato li. Nella macchina che lo stava attendendo c’erano almeno due persone: uno che doveva  materialmente sparare. Sicuramente un esperto di armi per colpire l’obiettivo in movimento, e l’autista. C’erano anche altri complici per l’appoggio logistico. Dovevano far sparire le armi e bruciare l’auto impiegata per l’omicidio.

Quando i carabinieri di Sant’Andrea del Pizzone trovarono l’auto con il corpo di Alberto Varone, si resero subito conto che era in fin di vita. Fu una corsa disperata verso l’Ospedale civile di Capua, il “Palasciano”. Ma quel nosocomio non era attrezzato per salvare la vita di Alberto. Alle 12,40, fu trasferito all’ospedale “Nuovo Pellegrini” di Napoli. Ma, ugualmente, non ci fu niente da fare. Nel primo pomeriggio, alle 16.35, Alberto Varone lasciava questo mondo. La missione di morte dei suoi assassini era compiuta. Dei suoi killer nessuna traccia.

venerdì 12 luglio 2013

INTITOLATA A DON PEPPE DIANA LA SALA CONSILIARE DI CASAL DI PRINCIPE


Iolanda di Tella la mamma di don Diana
“Si, ho piacere di questa manifestazione. Sono anche emozionata, ma vorrei che a mio figlio non fosse intitolato niente, perché vorrei averlo ancora qui con me”. Iolanda Di Tella la mamma di don Giuseppe Diana, ha le lacrime agli occhi. Nonostante i suoi acciacchi, è voluta essere presente alla cerimonia di intitolazione della sala consiliare del Comune di Casal di Principe che la commissione straordinaria, a cominciare dal Prefetto Silvana Riccio in testa, ha fortemente voluto. Iolanda è seduta in prima fila con a fianco i figli, Marisa ed Emilio.
La sala è piena. Lo spazio è poco per contenere tutti. Ci sono le autorità: il prefetto di Caserta, Carmela Pagano, il questore, Giuseppe Gualtieri, Il maggiore dei carabinieri, Alfonso Pannone, l’assessore regionale Daniela Nugnes, l’assessore alle politiche giovanili del Comune di Napoli, Alessandra Clemente, il magistrato Raffaello Magi, tantissime altre autorità, esponenti delle associazioni Libera, Comitato don Peppe Diana, il coordinamento per il riscatto. Imprenditori. Molti familiari delle vittime innocenti di camorra, i sacerdoti di Casal di Principe.
Il prefetto Silvana Riccio
E’ come se nessuno avesse voluto mancare a questo appuntamento che per la città è importante. Lo sottolinea innanzitutto il Commissario del Comune Silvana Riccio: “Abbiamo voluto questo momento mettendo semplicemente una targa, perché chiunque venga qui dopo di noi  dopo questa esperienza commissariale,  sappia che questa sala è intitolata a don Peppe Diana. Un sacerdote che ha detto che ognuno di noi si deve assumere la responsabilità di essere segno di contraddizione”.  
Don Tonino Palmese
“Ricordare don Peppino dando il suo nome a questa sala – ha detto Don Tonino Palmese, referente regionale di Libera -  Ci  ricorda due parole importanti: Memoria e impegno e pone  anche una responsabilità a tutti coloro che entreranno in questa sala come consiglieri comunali. Questo luogo non potrà essere più infangato dalla presenza  di criminali, ma dà anche un possibilità di conversione a tutti. Spinge ognuno di noi a fare la propria parte per poter cambiare il nostro presente, non solo per la nostra felicità, ma anche per la felicità degli altri”.
Il magistrato Donato Ceglie
“Don Peppino era un parroco che interpretava il messaggio di cristo ponendo prioritariamente nel suo impegno la mobilitazione della chiesa al centro della sua azione contro la camorra e contro le organizzazioni criminali – Il magistrato Donato Ceglie, amico di don Diana, ha voluto sottolineare l’aspetto religioso della figura del parroco ucciso dalla camorra -  Ed anche per questo, come è scritto a chiare lettere nelle pagine giudiziarie, che lui è stato ammazzato, perché simbolo di impegno per la legalità per la sua terra contro le organizzazioni criminali. Don Peppe un successo lo ha già conseguito – ha ribadito Ceglie -  queste che per decenni sono state terre di camorra, ora possiamo dire che sono le terre di don Peppe Diana”. 
Il vescovo di Aversa, Angelo Spinillo
“Don Diana era un sacerdote, ma era anche un cittadino – ha sottolineato il vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo - I cristiani da sempre si sono posti il problema di essere cittadini e come vivere da cittadini animati dalla luce della fede. Ma posso dire a ragion veduta che non può esistere un buon cristiano che non sia un onesto cittadino. L’espressione “per amore del mio popolo non tacerò” – cita il documento scritto da don Diana -  “dice come il cristiano vive il suo ruolo di cittadino con l’atteggiamento del profeta, non per predire il futuro, ma con l’atteggiamento di chi in ogni situazione va a cercare le cause più profonde e nel fare questo, tende ad orientare il cammino di ciascuno verse una metà più grande. Don Diana è stato capace di tutto ciò.”
E’ stata poi la mamma di don Diana, Iolanda,  a scoprire la targa posta all’entrata della sala consiliare alla fine della cerimonia commemorativa. Una corona di fiori è stata infine deposta sulla tomba di don Diana alla presenza delle autorità e dei familiari di don Peppe. Dopo la cerimonia è stato presentato il libro “Mafie” presso l’Università per la legalità, alla presenza degli autori, il giornalista Giuseppe Crimaldi e il magistrato della DDA, Giovanni Conzo.

mercoledì 3 luglio 2013

"DON DIANA DAY" IL 4 LUGLIO A CASAL DI PRINCIPE NEL GIORNO DEL SUO COMPLEANNO

I funerali di Don Diana
Il 4 luglio avrebbe compiuto 55 anni. Don Giuseppe Diana, il sacerdote di Casal di principe ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994,  verrà ricordato nel festival dell’impegno civile con il "don Diana day", una tappa a lui dedicata. La manifestazione  avrà luogo a Casal di Principe alle ore 18, in via Urano, a “casa don Diana”, un bene confiscato che da alcuni anni è inutilizzato e sarà divisa in due momenti. Nel primo, il regista Antonio Frazzi e il produttore Giannandrea Pecorelli, presenteranno la fiction su Don Peppe Diana che la società Aurora Film realizzerà per conto della Rai. La messa in onda è prevista per marzo 2014 su Rai1 in due puntate. Il ruolo del sacerdote ucciso sarà interpretato dall’attore napoletano Alessandro Preziosi. A ricordare la figura di don Diana ci saranno anche Sergio Tanzarella, docente della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e il vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo. La seconda parte della giornata dedicata a don Diana, invece, vedrà la consegna del Premio Nazionale “Don Peppe Diana – Per amore del mio popolo” a don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano che si sta battendo contro i roghi tossici e gli sversamenti illegali, Donato Ceglie, magistrato tra i primi ad aprire il fronte giudiziario delle ecomafie, Nasser Hidouri, imam della moschea di San Marcellino, protagonista di numerose iniziative per il dialogo interreligioso e interculturale. Menzioni speciali per Salvatore Cantone della Federazione Italiana delle Associazioni Antiracket, la professoressa  Marialuisa Corso e Tommaso Cestrone protagonista della difesa del Real Sito di Carditello. A completare la giornata dedicata a Don Peppe Diana la consegna del tazebao realizzato sulla sua figura da Antonia Positano del Liceo Artistico Suor Orsola Benincasa di Napoli, il reading tratto dallo spettacolo teatrale “Ass e Marz” una produzione Teatro Golem di Giovanni Granatina e Gina Oliva, la proiezione del video “Da terre di camorra a terre di Don Peppe Diana”.

mercoledì 26 giugno 2013

MARIO DIANA, IMPRENDITORE, UCCISO A CASAPESENNA IL 26 GIUGNO 1985


"COME NUVOLE NERE" (tratto dal capitolo "Quei 400 metri di polvere e fango") Melampo editore

«Ma perché uccidere Mario Diana? “Le motivazioni che mi ricordo – ha detto De Simone al processo – erano: uno, perché questa persona era un infame; un’altra, perché dicevano che non aveva voluto pagare la tangente, ma non potevi mai sapere quale era la verità, tu dovevi eseguire degli ordini e basta, a me non è che interessava la motivazione. Organizzammo tutto io, Quadrano e Antonio Iovine. Sapevo che lui usciva molto presto la mattina per recarsi al lavoro, lo vedemmo uscire e così lo seguimmo. Antonio Iovine era quello che guidava la macchina, Quadrano era seduto davanti con l’autista e dietro stavo io. Lui si fermò nella piazza di Casapesenna, scese e fece i primi scalini, noi lo affiancammo. Io sono sceso, gli ho sparato il primo colpo da dietro, lui è caduto sulle scale e poi gli ho sparato l’altro colpo alla tempia. Io mi sono messo in macchina un’altra volta e siamo andati via…”»