mercoledì 26 giugno 2013

MARIO DIANA, IMPRENDITORE, UCCISO A CASAPESENNA IL 26 GIUGNO 1985


"COME NUVOLE NERE" (tratto dal capitolo "Quei 400 metri di polvere e fango") Melampo editore

«Ma perché uccidere Mario Diana? “Le motivazioni che mi ricordo – ha detto De Simone al processo – erano: uno, perché questa persona era un infame; un’altra, perché dicevano che non aveva voluto pagare la tangente, ma non potevi mai sapere quale era la verità, tu dovevi eseguire degli ordini e basta, a me non è che interessava la motivazione. Organizzammo tutto io, Quadrano e Antonio Iovine. Sapevo che lui usciva molto presto la mattina per recarsi al lavoro, lo vedemmo uscire e così lo seguimmo. Antonio Iovine era quello che guidava la macchina, Quadrano era seduto davanti con l’autista e dietro stavo io. Lui si fermò nella piazza di Casapesenna, scese e fece i primi scalini, noi lo affiancammo. Io sono sceso, gli ho sparato il primo colpo da dietro, lui è caduto sulle scale e poi gli ho sparato l’altro colpo alla tempia. Io mi sono messo in macchina un’altra volta e siamo andati via…”»

mercoledì 19 giugno 2013

IL CARCERE DI POGGIOREALE SARA' INTITOLATO A GIUSEPPE SALVIA, IL VICE DIRETTORE DELL'ISTITUTO UCCISO DALLA CAMORRA IL 14 APRILE 1981

 
Giuseppe Salvia
Il carcere di Poggioreale sarà intitolato a Giuseppe Salvia, il vice direttore dell’Istituto penitenziario ammazzato dalla camorra il 14 aprile del 1981. Viene resa la giusta riconoscenza ad un uomo che ebbe la dignità di non piegarsi, come facevano tutti gli altri, di fronte alle minacce del boss Raffaele Cutolo. Osò mettere in discussione la sua "autorità" all'interno del carcere pur sapendo che quel gesto gli sarebbe scostato caro. La cerimonia ufficiale avrà luogo sabato  22 giugno 2013,  in concomitanza  con la festa del corpo di polizia penitenziaria. Alla manifestazione parteciperanno i vertici del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria,  tra cui l’attuale capo, Giovanni Tamburrino e l’attuale direttore dell’Istituto, Teresa Abate.
 

Questa è la storia della sua tragica vicenda, pubblicata nel mio libro: "Al di là della notte". Ed. Tullio Pironti
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«Dottò, Cutolo non si vuole far perquisire. Cosa dobbiamo fare? Sa, noi abbiamo famiglia…». Giuseppe Salvia, che del carcere di Poggioreale era il vicedirettore, non ci pensò due volte. Uscì dal suo ufficio e fece ciò che prevedeva il regolamento: la perquisizione dei detenuti che rientravano in carcere dopo aver partecipato ad un’udienza processuale. Tra le facce incredule degli agenti di polizia del carcere, cominciò lui stesso la perquisizione del boss Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata. Era il 7 novembre del 1980. Quel giorno Cutolo rientrava da una delle udienze sul processo alla Nuova Camorra Organizzata. Non si aspettava il gesto di Giuseppe Salvia.


Per lui era una sorta di sfida. Quel gesto metteva in discussione la sua autorità di boss davanti a tutti. Cutolo ebbe anche un moto di stizza e cercò di dargli uno schiaffo. Giuseppe Salvia, che era vicedirettore del carcere di Poggioreale dal 1973, conosceva i codici non scritti della malavita. Lui che il carcere aveva tentato di renderlo anche più umano, sapeva bene che quella perquisizione poteva costargli cara. Era conscio dello spessore criminale di quel detenuto, ma sentiva forte il dovere di riaffermare il potere dello Stato. E, infatti, fu la condanna a morte. Nei dodici mesi precedenti nelle carceri italiane c’erano stati ben dodici omicidi. La sera del 23 novembre 1980, quando arrivò una forte scossa di terremoto che sconvolse i comuni dell’Irpinia e della Basilicata, a Poggioreale avvenne una carneficina. Giuseppe Salvia quella sera del terremoto si recò al carcere a piedi, dopo aver messo al sicuro la sua famiglia. Tornò a casa dopo due giorni, perché volle prima assicurare una condizione di migliore vivibilità per i detenuti.


«Mio padre sapeva bene a cosa andava incontro», dice Claudio Salvia, il secondo figlio di Giuseppe, «ci furono anche svariati tentativi di corruzione, soldi fatti trovare in ufficio e telefonate minatorie, ma lui, imperterrito, ha scelto la legalità e la fedeltà per lo Stato. Lo stesso Stato che lo ha lasciato solo. Papà chiese anche al Ministero di essere trasferito perché ormai aveva capito bene che era diventato un personaggio scomodo. Il trasferimento arrivò qualche giorno dopo l’uccisione. Papà era anche sul “libro nero” delle Brigate Rosse. Questo libro venne rinvenuto in un blitz dei carabinieri e vicino al suo nome c’era il modello della sua auto con la targa (era una Fiat 128 di colore blu). Ovviamente l’auto venne fatta sparire e fu sostituita da una Ritmo».


La sua sentenza di morte, però, non tardò ad essere eseguita. Giuseppe Salvia fu ammazzato il 14 aprile del 1981 da un commando di sei uomini legati a Cutolo, sulla tangenziale di Napoli, allo svincolo dell’Arenella, mentre tornava a casa. Quel giorno il vicedirettore esce alle quattordici dal carcere. Un’ora prima del suo consueto fine turno. Sale sulla sua Fiat Ritmo e si avvia verso casa, nel quartiere dell’Arenella, dove lo sta aspettando sua moglie, Giuseppina Troianiello, trentatré anni, che aveva sposato nel luglio del 1975. Dal loro matrimonio erano nati due bambini, Antonino e Claudio, che all’epoca avevano cinque e tre anni. A casa, Giuseppe Salvia non ci arriverà mai. Fuori dal carcere i killer aspettano solo che parta. Lo seguono con due auto. Quella su cui sono i killer che lo uccideranno è una Giulietta. Giuseppe Salvia si accorge di quell’auto che lo segue e sulla tangenziale, vicino al viadotto dell’uscita dell’Arenella, improvvisa una retromarcia cercando di tamponare la Giulietta. Ma la manovra per bloccarli non riesce. Scende dall’auto e tenta di scappare. Sarà inutile. I killer scendono e sparano. Il vicedirettore di Poggioreale muore sul colpo proprio al centro delle tre corsie della tangenziale. L’auto dei killer verrà ritrovata poco dopo in una strada della zona del Vomero.



La moglie, Pina, insegnante di educazione fisica nelle scuole superiori, ai funerali dirà: «Mi hanno tolto tutto. E lo hanno tolto anche ai miei figli». Ai due figli, Pina non dirà subito la verità. Dirà che il padre aveva avuto un incidente. Gli parlerà dell’omicidio solo dopo alcuni anni. Quando saranno più grandicelli e in grado di capire che tipo di persona era il loro papà. «Dovete essere fieri di lui, perché credeva nel suo lavoro ed è morto perché era dalla parte della legalità». Al suo funerale arriveranno sessantotto corone di fiori. Le invieranno i detenuti come segno di ringraziamento nei confronti di una persona che anche in una istituzione così violenta come il carcere non aveva perso la sua umanità. Giuseppe Salvia considerava i detenuti delle persone come tutti gli altri e non carne da macello. Per l’omicidio del vicedirettore del carcere di Poggioreale vengono condannati all’ergastolo Raffaele Cutolo e la sorella Rosetta, insieme con altri due imputati, Carmine Argentato e Mario Iafulli. I giudici, inoltre, condanneranno a ventiquattro anni di reclusione Mario Incarnato, a cui vengono concesse le attenuanti generiche per la collaborazione fornita agli inquirenti, e a quattordici anni Roberto Cutolo, figlio del boss di Ottaviano.


Giuseppe Salvia era nato a Capri il 23 gennaio 1943, nella casa paterna di Palazzo Canale, secondogenito dopo la sorella Immacolata. A Capri fece le scuole dell’obbligo. Il padre Antonino e la madre Amalia D’Anchise decisero successivamente di avviarlo agli studi classici e così lo indirizzarono dai padri Barnabiti, presso il convitto Bianchi. Poi, la laurea in giurisprudenza presso l’Università degli studi di Napoli Federico II.


Dice Antonino, oggi funzionario dello stesso Ministero del padre: “Mio padre era una persona che contrastava le ingiustizie. Una persona con la schiena dritta, un vero servitore dello Stato. Credeva nella possibilità di rieducare i detenuti e perciò nel suo lavoro ha sempre fatto prevalere l’aspetto umano nel rapporto con i carcerati. Ho trovato delle cose scritte di suo pugno. Riflessioni sul mondo carcerario. Riflessioni che anche dopo molti anni sono attualissime. Papà pensava che una grande percentuale di detenuti sono solo delle persone sfortunate che da ragazzi non hanno avuto le migliori opportunità per vivere una vita diversa. Quanto mi è mancato? Le occasioni in cui ho avvertito la sua assenza ci sono state, ma non ho mai sentito la mancanza di qualcosa rispetto agli altri né ho cercato altrove un simile punto di riferimento. Ricordo con grande serenità il periodo della scuola elementare, media e superiore. Sono stati anni in cui mia madre non ha risparmiato le forze per far sì che io e mio fratello Claudio svolgessimo un regolare corso di studi e partecipassimo anche agli impegni extra scolastici, come gite, sport, i compleanni con i compagni di scuola. Ogni giorno mi rendo sempre più conto dell’immane sforzo che ha fatto mia madre. Un vero atto d’amore che l’ha portata anche alla scelta di non rifarsi una vita per dedicarsi completamente a noi figli. Mio padre mi è mancato soprattutto nei miei momenti importanti: il giorno della laurea, l’abilitazione all’esame di avvocato, il primo giorno di lavoro nella sua stessa Amministrazione… il matrimonio. Gli studi in giurisprudenza per me hanno avuto un significato speciale. Apprendere i principi giuridici fondamentali del nostro ordinamento, idealmente, mi ha avvicinato molto a mio padre perché durante gli anni universitari ho capito il senso della sua vita, del suo gesto (mi riferisco a quello di impedire favoritismi tra i detenuti ristretti nel carcere da lui diretto) e ciò in cui credeva. Ed ho anche capito perché, poi, non si è voluto tirare indietro rispetto alla scelta fatta (cioè quella di essere un ostacolo al malaffare all’interno delle mura carcerarie) affrontando con coraggio finanche uno come Cutolo. Barattare la propria vita piegandosi alle minacce ricevute significava, comunque, «morire dentro», perdere la dignità di uomo e di rappresentante dello Stato, quale lui si sentiva. Questo diceva a mia madre. Mi è bastato sapere il perché della sua morte per orientare la mia esistenza al senso di giustizia e legalità che, in concreto, non significa solo plasmare il proprio comportamento in conformità con le norme dello Stato ma anche avversare attivamente quelle situazioni illegali e vessatorie che altri tentano di imporci. Ho maturato e convertito il dolore della sua morte in qualcosa di positivo, anche da mettere a disposizione degli altri.


A Giuseppe Salvia è stata conferita dallo Stato la medaglia d’oro al valore civile.

giovedì 13 giugno 2013

L'ATTORE ALESSANDRO PREZIOSI INTRPRETA DON DIANA NELLA FICTION CHE ANDRA' IN ONDA SU RAI UNO


L’attore napoletano Alessandro Preziosi, sarà don Giuseppe Diana nella Fiction che andrà in onda su Rai1 nel ventennale dell’uccisione del sacerdote di Casal di Principe.  La conferma è venuta dallo stesso produttore dell’Aurora film, Giannandrea Pecorelli, che ieri è stato ad Aversa per incontrare il vescovo, Angelo Spinillo. Le riprese della Fiction cominceranno il prossimo 3 settembre e saranno dirette dal regista Antonio Frazzi, «La sollecitavamo da anni – dice Valerio Taglione, coordinatore del Comitato don Peppe Diana , sottolineando che  il comitato ha anche collaborato alla sceneggiatura. “La migliore risposta a prodotti negativi come la fiction su Pupetta Maresca”, aggiunge Taglione.  La fiction sarà presentata il prossimo 4 luglio, nel corso della ventitreesima tappa del Festival dell’Impegno Civile, la prima manifestazione in Italia ad essere interamente realizzata sui beni sottratti alla criminalità organizzata, promossa dal Comitato Don Peppe Diana e dal coordinamento provinciale di Libera Caserta «Il prossimo 4 luglio sarebbe stato il 55° compleanno di Don Peppe» afferma ancora Valerio Taglione – E per noi sarà un “Don Diana Day” durante il quale, con i protagonisti della fiction e con il Vescovo di Aversa Monsignor Spinillo, presenteremo un prodotto televisivo che, finalmente, non porterà un distorto messaggio di esaltazione dei protagonisti della storia criminale, come avvenuto in opere come il Capo dei Capi o l’ultima su Pupetta Maresca, ma restituirà al grande pubblico lo straordinario messaggio di amore e coraggio di Don Peppe. Chiedevamo da anni che fosse realizzato questo progetto, ora finalmente si sono determinate tutte le condizioni necessarie. Il Comitato Don Diana ha anche collaborato alla stesura della sceneggiatura, e Aurora Film, Antonio Frazzi e Alessandro Preziosi sono per noi garanzia di assoluta qualità». Soddisfatto anche Gianandrea Pecorelli di Aurora Film «E’ stato un percorso sofferto» afferma «per alcuni anni, anche in RAI non si è ritenuto importante dare il giusto rilievo a figure che, come Don Peppe, hanno segnato la storia recente del nostro Paese e sono d’esempio anche per i giovani. La fiction oltre che a ricordare il sacrificio di Don Diana, spero sia anche il traino per tutte le importanti iniziative che già vengono realizzate su questo territorio».

martedì 11 giugno 2013

ASS. VITTIME GEORGOFILI, GRAVIANO COLLABORI, LO SOSTERREMO FINO IN FONDO


 Mentre depone nel carcere di Rebibbia a Roma, nel corso del processo Borsellino quater nell'aula bunker di Rebibbia, Gaspare Spatuzza torna sulla strage di via dei Georgofili a Firenze: «Se uccido, come a Firenze, persone inermi siamo su un versante abnorme anche per il linguaggio mafioso». Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, commenta in una nota: «Un linguaggio abnorme anche per la mafia - il massacro di bambini e ragazzi - ripete il boss che collabora con la giustizia, tanto abnorme che non riusciamo a capire come, dopo 20 anni ancora, si nasconda, a chi ne ha diritto, ciò che è successo a Firenze la notte del 27 Maggio 1993. Ovvero chi, oltre la mafia, ha trattato vantaggi dal massacro sotto la Torre dè Pulci». «Giuseppe Graviano lo sa e noi a lui ci appelliamo -prosegue Maggiani Chelli- collabori con la giustizia signor Graviano Giuseppe e dica al mondo chi da 20 anni tiene l'Italia in ostaggio con quel tritolo che 'cosa nostra' usò a Firenze, in via dei Georgofili, per farsi abolire il 41 bis e non farsi confiscare i denari nelle banche. Abbiamo visto morire i nostri figli, ma siamo disposti a sostenerla per un suo eventuale pentimento che porti ad una collaborazione chiarificatrice. La sosterremmo fino in fondo». (Fonte: Adnkronos)

lunedì 27 maggio 2013

CONSEGNATO A PALERMO PREMIO LIBERO GRASSI SCUOLE LIVORNO E L'AQUILA PRESENTANO LAVORI SU USURA E VIOLENZA


Provengono da Livorno e L'Aquila le due scuole vincitrici della nona edizione del premio Libero Grassi, consegnato oggi alla Camera di Commercio di Palermo e realizzato dalla cooperativa 'Solidaria onlus' con il sostegno dello sportello Legalità della Camera di Commercio di Palermo, di Confcommercio Nazionale, in collaborazione con il ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca. Due le sezioni del concorso al quale hanno partecipato 64 scuole italiane con 154 elaborati: l'usura e la violenza contro le donne. A vincere il premio sul tema dell'usura è Claudia Pipitone, della classe V D del liceo classico 'Cotugno' de L'Aquila, con lo spot 'Insieme si puo «Una menzione speciale per lo stesso tema è andata alla classe IIID della scuola media 'Sabin' di Segrate (Mi) che ha realizzato lo spot 'Basta!'. È la classe IIIE di Livorno, invece, la vincitrice, con lo spot 'Non siamo solè, del premio sul tema della violenza contro le donne. Una menzione speciale è andata alla classe V A dell'Iti 'Gemmellaro' di Catania. Gli studenti delle scuole vincitrici, cioè il Liceo Classico 'Cotugno' de L’Aquila e il Liceo Scientifico 'Enriques' di Livorno, sono stati premiati con un viaggio di turismo responsabile nei luoghi dell'antimafia a Palermo e provincia, iniziato il 25 maggio e concluso oggi. »Mi ha particolarmente colpito la lettura dei nomi delle vittime della strage di Portella della Ginestra, tutti quei bambini - ha detto Giulia Longobardi, della III E di Livorno - Ma questo mi ha dato maggiore forza, in futuro vorrei fare un lavoro che mi permetta di impegnarmi nel sociale«. »Abbiamo conosciuto la storia di Danilo Dolci e Peppino Impastato, siamo stati a Cinisi e Partinico, sono esperienze che ti segnano - spiega Giulia Monteleone, della stessa classe - e che racconteremo ai nostri coetanei che ancora non sono stati in Sicilia«. »Libero Grassi è stato soprattutto un costruttore di coscienze, non solo un imprenditore che ha detto no al racket«, ha detto Rosanna Montalto, responsabile dello sportello Legalità della Camera di Commercio che ha annunciato un progetto di apertura di altri sportelli della legalità in tutte e 102 le camere di Commercio. A Pina e Alice Grassi, moglie e figlia dell'imprenditore ucciso dal racket nel 1991, sono state consegnate come regalo simbolico durante la manifestazione un frammento delle macerie di un edificio crollato nel centro de L'Aquila durante il terremoto. »Speriamo che il terremoto non sia per noi l'inizio di un cammino negativo nel segno dell'usura«, ha detto la delegazione della classe abruzzese. »Ogni anno le scuole rispondono in maniera significativa a questo premio dando senso a un'azione di legalità che portiamo avanti da nove anni«, ha detto Roberto Helg, presidente della Camera di Commercio di Palermo. Tra i presenti, Pietro Agen, vicepresidente di Confcommercio nazionale, Luca Squeri, presidente della Commissione sicurezza e legalità di Confcommercio nazionale e il magistrato Leonardo Agueci. Per l'occasione è stato realizzato un annullo filatelico dalle Poste italiane in ricordo di Libero Grassi.

sabato 25 maggio 2013

IN BICI DA FIRENZE AL SENATO IN RICORDO DI TUTTE LE STRAGI


Nel ventesimo anniversario della strage dei Georgofili il Cral Ataf insieme a Fitel (Federazione Italiana Tempo Libero), col patrocinio del Comune di Firenze e del Senato della Repubblica, organizza una manifestazione commemorativa con raccolta fondi a scopo benefico. Oggi in piazza Ognissanti, il vicesindaco e assessore allo sport Stefania Saccardi a nome dell'Amministrazione Comunale, ha consegnato a un gruppo di ciclisti-autisti Ataf un messaggio contro tutte le violenze, destinato al presidente del Senato Pietro Grasso. La giornata proseguirà fino alle 18 con la musica degli «Anema & Core in Blues», eventi di sport, spettacolo, con l'intervento di rappresentanti delle istituzioni e una raccolta fondi da donare in beneficenza all'associazione Pallium. «Con orgoglio - si legge nel messaggio - possiamo affermare che a 20 anni di distanza parte delle ragioni di quella strategia terroristica sono state individuate. Commemorare ciò che è accaduto in quel frangente terribile della nostra storia, e in via dei Georgofili in particolare, oltre che essere un tributo doveroso alla memoria delle vittime e dei feriti, non significa soltanto ricordare.
 

La vera memoria è quella che parla, racconta, porta a distinguere il giusto dall'ingiusto, a capire ciò che serve e che, alla fine, costringe a mobilitarsi e a farlo tutti insieme. Iniziative come questa sono quindi fondamentali. Perché invitano a una mobilitazione collettiva e trasformano questi argomenti, mafia e stragi, in un 'caso’ per ogni italiano, in qualunque angolo viva. Perché la vera memoria, il vero cambiamento, hanno bisogno di ciascuno di noi in prima persona, di fatti concreti. E, soprattutto, della coesione dell'intero Paese«. Domani i ciclisti - che indosseranno magliette appositamente realizzate in ricordo delle più importanti stragi compiute in Italia - partiranno alle 6 da Grassina e sosteranno a Montefiascone per la notte. Lunedì 27 maggio, partenza da Montefiascone e arrivo alle porte di Roma, dove insieme ai colleghi Fitel Lazio, raggiungeranno il Senato della Repubblica per consegnare i messaggi.
 

Alla manifestazione, patrocinata dal Comune di Firenze, dalla Camera e del Senato della Repubblica, parteciperanno, per la Fitel Nazionale, Il Presidente Luigi Pallotta, l’On. Titti di Salvo e Paolo Bolognesi dell'associazione familiari delle vittime della strage di Bologna.

MAFIA: FIRENZE RICORDA LA STRAGE DI VIA GEORGOFILI, 20 ANNI FA 5 MORTI


 
Era l'1.04 della notte del 27 maggio 1993. Una data che Firenze non dimenticherà mai: un furgone riempito con 250 chili di tritolo e altro materiale esplode nel cuore della città, fra la Galleria degli Uffizi e l'Arno, a due passi dalla sede dell'Accademia dei Georgofili. Cinque persone perdono la vita. Un'intera famiglia, Angela Fiume, di 36 anni, che lavora e vive nell'Accademia; suo marito Fabrizio Nencioni, di 39 anni e le loro figlie, Nadia, di 9 anni, Caterina, di soli 50 giorni; perde la vita anche Dario Capolicchio, uno studente di 22 anni, colpito dall'esplosione nella sua abitazione di fronte alla Torre. Quarantotto sono i feriti. La Galleria degli Uffizi, uno dei principali musei al mondo, è gravemente danneggiata e duecento opere vengono semidistrutte. Negli attimi successivi all'esplosione, si pensa ad una fuga di gas. Il giorno seguente, la scoperta di un cratere di 3 metri di diametro e 2 di profondità lasciato dall'esplosione di un'autobomba non lascia dubbi: è un attentato. Come accerteranno le inchieste, la strage dei Georgofili fa parte della risposta che il clan mafioso dei Corleonesi di Totò Riina dà allo Stato contro l'applicazione dell'articolo 41 bis, che prevede il carcere duro e l'isolamento per i mafiosi.

I responsabili della stagione stragistica del '92-93 sono stati definitivamente condannati. La corte d'assise di Firenze ha condannato Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, i fratelli Graviano ed il latitante Matteo Messina Denaro. Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, per la Procura di Firenze è testimone chiave per la strage dei Georgofili ed ha testimoniato al processo che ha visto imputato il boss Francesco Tagliavia, accusato di essere coautore dell'attentato a Firenze. Condannato all'ergastolo in primo grado, per Tagliavia proprio nei giorni scorsi si è aperto a Firenze il processo d'appello. Giovedì 23, poi, il Tribunale di Firenze ha condannato all'ergastolo Cosimo D'Amato, il pescatore siciliano accusato di aver procurato il tritolo utilizzato nelle stragi mafiose degli anni '90, tra cui via dei Georgofili. D'Amato era stato arrestato nel novembre 2012, accusato dai pm fiorentini Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi di aver aiutato Cosa Nostra a procurarsi il tritolo nei mari della Sicilia, ricavandolo da ordigni bellici inesplosi. D'Amato è stato condannato all'ergastolo con l'accusa di strage e porto e detenzione di esplosivo. Durante l'arringa difensiva, il suo avvocato, Corrado Sinatra aveva chiesto l'assoluzione per il suo assistito, sostenendo che il pescatore non sapeva a cosa servisse l'esplosivo, e che non ci sono prove che l'uomo fosse presente alle consegne del materiale utilizzato per le stragi. Ad accusarlo sono in particolare i pentiti Gaspare Spatuzza e Pietro Romeo.

Domani è in programma la consegna delle targhe a memoria dell'evento a quanti si sono prodigati nei soccorsi, nelle indagini e nell'informazione nei momenti immediatamente successivi all'attentato. Saranno presenti il presidente del Senato, Piero Grasso, il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, i sottosegretari fiorentini Gabriele Toccafondi ed Erasmo D'Angelis, autorità civili, militari e religiose. Sempre domenica la Galleria degli Uffizi prolungherà l'orario di apertura, con ingresso libero, dalle 19 alle 23.30. Il pubblico potrà partecipare anche a speciali visite gratuite che prenderanno il via dalle 19 fino alle 23. Domenica sera dopo la commemorazione (ore 21) in piazza della Signoria, si terrà il corteo con la deposizione della corona di fiori sul luogo dell'attentato. Lunedì, poi, alle 9 in piazza della Signoria oltre 600 ragazzi di tutte le scuole primarie e secondarie di Firenze daranno vita a un grande girotondo intorno al complesso vasariano degli Uffizi. «Queste indagini non devono e non possono chiudersi mai», ha affermato il procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, che ha lanciato un appello: «Se qualcuno dentro o fuori le carceri, dopo 20 anni, ha non dico la voglia ma la consapevolezza e la coscienza di poter dire qualcosa che non sappiamo - è l'invito del magistrato - ce lo dica o anche soltanto ce lo faccia capire: ci basta».


«Sui mandanti, ma si possono chiamare ispiratori o agevolatori, siamo fermi. Abbiamo avuto la possibilità di esplorare questo territorio, ma dobbiamo fare i conti con le prove, non con le ipotesi». Lo ha detto il procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi riguardo le indagini sulle stragi mafiose del 1993. «La Dda di Firenze ha esaurito il compito rispetto alle fonti informative di cui disponeva», ha aggiunto, ricordando la chiusura, dopo la condanna, del procedimento sul pescatore che fornì il tritolo.


«È sempre possibile - ha poi aggiunto Quattrocchi - che qualcosa di nuovo emerga, che qualcuno, dentro o fuori le carceri, venga a dirci qualcosa che non sappiamo. Queste indagini non si fermano mai». Riguardo le responsabilità delle stragi «si può benissimo nutrire il dubbio che non sia stata solo mafia - ha aggiunto Quattrocchi - Su questa ipotesi, che ci sembrava più di un dubbio, ci abbiamo lavorato, nella ricerca di prove o indizi gravi, precisi e concordanti, ma senza i contributi che altre persone 'informate’ ci avrebbero potuto dare non è stato possibile andare oltre». «L'attività della procura, comunque, non può e non deve fermarsi - ha continuato Quattrocchi - Non è detto che tutto quello che abbiamo acquisito e messo a frutto sia tutto, è pur sempre possibile che qualcuno o qualcosa di nuovo emerga. Noi abbiamo il dovere di individuare tutti quelli che hanno concorso nei delitti, quale che sia stato il loro ruolo».

 Il magistrato fiorentino Giuseppe Nicolosi, che fin dall'inizio ha indagato sulle stragi di mafia del 1993 a Firenze, Roma e Milano, a giugno lascerà l'indagine. Sarà così anche per il suo collega, Alessandro Crini: per entrambi, che adesso sono sostituti procuratori generali, scade l'applicazione alla Dda di Firenze. «Questo non implica la chiusura dell'inchiesta - spiega il procuratore Giuseppe Quattrocchi - perché non possiamo escludere che, da ora in vanti, ci siano nuove acquisizioni che diano luogo a nuove indagini. In quel caso, la professionalità e le conoscenza dei magistrati che si sono occupati di queste vicende tornerà di nuovo utile». Quattrocchi ha poi ricordato che «il procedimento a cui hanno lavorato Nicolosi e Crini si è chiuso nei giorni scorsi con la condanna all'ergastolo del pescatore Cosimo D'Amato, accusato di aver fornito il tritolo per le stragi». Intanto, è arrivato in assise d'appello il processo al boss Francesco Tagliavia, accusato di aver messo a disposizione il gruppo di fuoco: «Tutto il lavoro legato alle rivelazioni di Gaspare Spatuzza - ha concluso Quattrocchi - va ascritto alla capacità, alla bravura e alla testardaggine di Nicolosi e Crini che, con insieme a me, se ne sono occupati».