sabato 19 maggio 2012

PINO AMATO, ASSESSORE REGIONALE, UCCISO IL 19 MAGGIO DEL 1980


E’ la mattina del 19 maggio del 1980. Pino Amato, assessore regionale al Bilancio e alla programmazione, ha appena finito di fare colazione. Da tre giorni viene a prenderlo con una Fiat 131 blindata di colore grigio metallizzato Ciro Esposito, un autista messogli a disposizione da  Vincenzo Scotti, Ministro del Lavoro fino a qualche mese prima, ed esponente di rilevo nazionale  della Dc con il quale aveva  formato il gruppo "Nuova Napoli", un centro studi per contribuire a rinnovare il partito.  A Napoli si avvicina una competizione elettorale che si preannuncia difficile e tutti gli uomini di partito della Democrazia Cristiana sono impegnati al massimo.  L’assessore regionale ha ricevuto delle minacce e con la campagna elettorale in atto e il clima difficile che c’è in Campania, come nel resto del paese, un’auto blindata può essere importante.   Pino Amato abita con la famiglia in via Chiaia 145, in  un palazzo nobiliare.

Poco dopo, l’auto con dentro l’assessore regionale comincia il solito tragitto mattutino per raggiungere  il palazzo della Regione, a Santa Lucia. All’altezza di vico Alabardieri, nei pressi del ristorante “Umberto”,  una Fiat 500 blu blocca il traffico. Alla guida una donna che cerca di fare manovra per  parcheggiare l’auto, ma non vi riesce. Anche la Fiat 131 interrompe la sua marcia verso la Regione. Poi, all’improvviso, la ragazza scende dall’auto e si avvicina a quella dove viaggia Pino Amato. Con lei anche un giovane sui 30 anni che indossa un impermeabile e occhiali scuri. La donna, invece, indossa un giubbotto scuro e porta con sé una enorme borsa. Si avvicina e scruta nella Fiat 131 guardando dritto negli occhi Pino Amato: “E’ lui, è proprio lui”. Dice con decisione.  L’uomo con l’impermeabile estrae una grossa pistola con un caricatore bifilare e preme il grilletto. Spara ma non si odono rumori. L’arma, una Beretta da guerra, è stata modificata. Ha un silenziatore ricavato da un gonfiatore di bicicletta imbottito di lana di vetro. Colpisce da vicino l’assessore. Più di dieci colpi. In fronte, in una tempia, nello sterno, nell’emitorace sinistro. Un massacro. Pino Amato muore subito. L’autista è colto di sorpresa, non riesce a credere ai suoi occhi, ma trova la forza di reagire. Ha una pistola con sé, la estrae dalla cintola  e spara a sua volta. La donna risponde al fuoco, ma Ciro Esposito evita il colpo. I due killer scappano in direzione di Piazza dei Martiri. Non sono soli.

Con loro si materializzano altri due complici. L’autista continua a sparare e colpisce il killer  ad una gamba. Dopo il colpo barcolla, ma riesce a scappare. Viene colpito anche un passante. E’ un ingegnere, Domenico Tucci, di 78 anni, una pallottola lo colpisce alla caviglia. Intanto è scattato l’allarme. Per le strade dove si spara la gente scappa impaurita. Il killer ferito  ha difficoltà a correre e perde anche sangue. Con la pistola in pugno si infila in un taxi. L’autista scappa. Cerca di metterlo in moto da solo, ma inutilmente. Poco più in là trova una “Skoda” con le chiavi inserite. Si avvia verso via Filangieri per raggiungere Piazza del Plebiscito. Forse ha un complice che lo attende.

L’allarme è scattato. Decine sono le telefonate al 113. Ormai le forze dell’ordine sanno in che direzione stanno scappando gli autori dell’omicidio. All’altezza del teatro Politeama, il killer in fuga incrocia gli  altri tre complici arrivati da via Monte di Dio. Cercano di uscire dal dedalo di viuzze che corre nel cuore della Napoli antica dov’è difficile correre ad alta velocità. In piazza Trieste e Trento incrociano una “Alfetta” della Volante. I militari riconoscono l’auto dei fuggitivi. Avvisano le altre pattuglie via radio e comincia l’inseguimento. La Skoda devia per Santa Lucia, ma oramai la polizia gli sta addosso. Dall’auto dei killer di Pino Amato lanciano una bomba a mano tipo ananas, che cade proprio sul tetto della pantera che li segue. La bomba, per fortuna dei militari, non esplode. I poliziotti dall’auto sparano a loro volta raffiche di mitra nei confronti della Skoda. Feriscono nuovamente l’autista. Stavolta alla schiena e alle braccia. Viene ferito anche un passante, Bruno Vitale, di 36 anni. Dall’auto vengono lanciate altre due bombe a mano che non esplodono. La città oramai è chiusa in una morsa. Scatta il piano di emergenza stabilito dal Questore. I militari riescono a chiudere tutte le possibili vie di fuga.

La corsa dei quattro fuggitivi finisce a Santa Lucia. Li circondano decine di agenti armati pronti a fare fuoco. Non hanno più scampo gli assassini di Pino Amato. “Siamo militanti delle Brigate Rosse, ci dichiariamo prigionieri politici”. Pronunciano solo queste parole. I quattro si arrendono anche se hanno con loro un arsenale chiuso in un borsone: quattro pistole, un fucile mitragliatore, un mitra, centocinquanta cartucce e un giubbotto antiproiettile. L’uomo ferito è l’unico che dichiara subito le generalità. Si tratta di Bruno Seghetti 30 anni, romano. Gli altri tre si rifiutano di parlare. Il ferito viene trasportato all’ospedale Pellegrini e piantonato. Nello stesso ospedale viene trasportato anche Pino Amato. Ma il suo corpo è già privo di vita.  La donna viene identificata dopo qualche ora. E’ Maria Teresa Romeo, di 25 anni da Avellino, moglie di Nicola Valentino, altro militante delle Br  già in carcere. Gli altri due sono in possesso di carte d’identità contraffatte e non è facile risalire subito all’identità. Vengono identificati a tarda sera. Si tratta di Salvatore Colonna e Luca Nicolotti, rispettivamente di 22 e 26 anni.



Pino Amato era nato a Torino nel 1930. Si era trasferito  a Napoli ancora giovanissimo cominciando  la sua carriera politica nella sezione DC di Capodimonte. Cresciuto nell’Azione Cattolica, è stato per alcuni anni Direttore Amministrativo del Formez. Sposato con  Mariolina Ciccarelli, dal cui matrimonio sono nati due figli,  Arnaldo e Fabrizio. Si affermò come innovatore della politica e non solo a livello locale. Fautore del dialogo con il Partito Comunista, divenne punto di riferimento della corrente Andreottiana in Campania, unitamente all’onorevole Cirino Pomicino. Amico personale del ministro dell’Interno, Vincenzo Scotti, rappresentava un’alternativa ai dorotei napoletani.



La rivendicazione dell’omicidio arriva puntuale poche ore dopo l’agguato con una telefonata all’Agenzia Ansa: “Qui Brigate Rosse. Un nucleo armato dell’organizzazione ha giustiziato l’assessore regionale Dc al Bilancio e alla programmazione, Giuseppe Amato…”.

mercoledì 16 maggio 2012

DOMENICO NOVIELLO, UCCISO IL 16 MAGGIO 2008, PER AVER DENUNCIATO I SUOI ESTORSORI

I killer la mattina del 16 maggio del 2008  lo stavano aspettando nei pressi della rotonda della piazzetta di Baia Verde, a Castel Volturno, uno dei quartieri più affollati del litorale domizio. Qualcuno aveva già segnalato che era uscito di casa a bordo della sua Fiat Panda. Avrebbe preso un caffè al bar e poi si sarebbe recato, come sempre, nella sua autoscuola al parco Sementini. Proprio a fianco del commissariato di polizia di Castel Volturno. Non ci arrivò mai.


“Dovevo essere con lui nella stessa auto  - racconta il figlio Massimiliano -  andavamo sempre insieme al lavoro. Invece uscii alle 7, mezz’ora prima di mio padre, per andare a fare un po’ di footing in spiaggia. Chissà perché il destino ha voluto così. Se fossi andato con lui, a quest’ora non sarei qui. Mi manca molto, e questo mi fa stare male”.


Domenico Noviello nel 2001 aveva denunciato un tentativo di estorsione ai suoi danni da parte del clan Bidognetti. Con la sua testimonianza contribuì a far condannare il pregiudicato Pasquale Morrone, poi morto per cause naturali, ed i fratelli Alessandro e Francesco Cirillo. Ora gliela dovevano far pagare. La sua morte avrebbe significato anche una lezione preventiva agli imprenditori che “non si erano messi in regola” con la camorra. E sul litorale domizio, territorio in mano al clan di Francesco Bidognetti, negli ultimi tempi erano diversi gli imprenditori che avevano avuto il coraggio di ribellarsi.


Un germe pericoloso quello del rifiuto di pagare che Setola e i suoi affiliati volevano stroncare subito. Bisognava dare un esempio e una lezione. Uccidere Noviello era semplicissimo. Non era protetto. Faceva sempre lo stesso percorso e non si aspettava proprio ora una vendetta della camorra dopo tanti anni dalla sua denuncia. L’agguato, insomma, avrebbe presentato pochi rischi. Fino al 2003 Domenico Noviello aveva una vigilanza sotto casa, un sistema di tutela per la sua testimonianza che era venuto meno. Così si era armato. Un regolare porto d’armi. Frequentava il tiro a segno. Si teneva in allenamento andando in palestra. Noviello conosceva il codice non scritto della camorra. Sapeva che prima o poi la vendetta di quelli che aveva denunciato sarebbe arrivata. Non sapeva quando e, in ogni caso, non li temeva. Continuava a fare le cose di sempre prestando solo più attenzione. La sua unica preoccupazione era che i familiari non venissero coinvolti nella ritorsione.


"Da me non avranno mai un soldo perché me li guadagno col sudore della mia fronte", rispondeva a chi gli chiedeva di adeguarsi al comportamento di tutti gli altri imprenditori del territorio. Quella mattina, come sempre, alle 7,30 un caffè con la moglie e via con la sua Fiat Panda verso la Domiziana, in direzione Castel Volturno. Più avanti imboccò il viale che porta a Baia Verde. Alla piazzetta girò per viale Lenin, all'incrocio con via Vasari. Lo stavano aspettando un’auto e una moto di grossa cilindrata. Almeno 6 uomini armati, pronti a farlo fuori. Avevano studiato il percorso che faceva Noviello già da alcune settimane. Sapevano che doveva passare di lì. Le strade a quell’ora erano quasi deserte. I negozi chiusi. Noviello rallenta perché a terra ci sono dei dossi. Due o più sicari lo raggiungono. Lo affiancano e aprono il fuoco con pistole di grosso calibro. Noviello riesce a fermare l'auto, ma i killer gli sono addosso. Tenta di prendere la pistola che porta con sé, ma non vi riesce. Gli arrivano tanti colpi. Cerca di fuggire. Apre la portiera dell’auto, ma fa solo pochi passi. Contro di lui i camorristi infieriscono con ferocia. Gli scaricano addosso almeno una ventina di proiettili. Cade a terra. Il suo corpo è vinto. Ma il rituale di morte impone anche il colpo di grazia. Gli esplodono tre colpi alla nuca. I camorristi scappano. Domenico Noviello, 64 anni, originario di San Cipriano di Aversa, muore in pochi attimi. I killer della camorra hanno compiuto la loro missione consegnando un messaggio forte e chiaro: “Chi si ribella alla camorra muore”. Gli altri imprenditori sono avvisati.


Ai suoi funerali, ci sarà pochissima gente. Pochi amici, pochi colleghi di altre autoscuole, pochi commercianti, poche autorità. “Mio padre non era uno che combatteva contro i mulini a vento. Non era neppure un eroe – si sfoga Massimiliano Noviello - Era un uomo che aveva molta dignità. Si è solo rifiutato di piegarsi alla legge dei violenti. Lo ha fatto per potersi guardare allo specchio e non provare vergogna. Lo ha fatto per non sentirsi umiliato.” Nella famiglia di Mimmo Noviello c’era già stato un precedente. Trent'anni prima il fratello della moglie era stato ammazzato a soli 33 anni, per lo stesso motivo. “Quando sono andati a chiedere il pizzo a mio padre e lui ha detto che non voleva pagare, io sono stato d'accordo – dice Massimiliano - Non ce l’avrebbe fatta a vivere con quell’umiliazione. Pagare per lui avrebbe significato perdere la voglia di vivere. Ora il dolore per la sua morte, quello che ti dilania l'animo, quello che ti accompagnerà e segnerà per sempre tutta la vita, è insopportabile”.



Ora i suoi assassini sono tutti in carcere. A Mimmo Noviello il Comune di Castel Volturno ha intitolato una piazza proprio nel luogo in cui fu ucciso, e il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il 19 marzo del 2009 gli ha assegnato la medaglia d’oro al valore civile.

martedì 15 maggio 2012

FAMILIARI VITTIME TERRORISMO PROTESTANO CONTRO TRASMISSIONE DI LUCIA ANNUNZIATA

 Le vittime del terrorismo protestano per la trasmissione 'In mezz'orà e chiedono alla Rai di far sentire la loro voce. «Le parole del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano - scrivono - espresse il 9 maggio del 2008 in occasione del primo 'Giorno della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matricè ('Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali, anche se non più penalì) sono purtroppo rimaste ancora una volta lettera morta». «Il caso della trasmissione 'In mezz'orà su Rai 3 di ieri - evidenziano - è lì a dimostrarlo a chiare lettere. Che poi a trasformare questa volta un ex terrorista in opinion-maker e analista delle nuove forme di violenza sia stata la giornalista Lucia Annunziata (che nel 2007 firmò la postfazione della nostra pubblicazione su Gli anni di piombo a Torino e in Piemonte) rende il fatto ancora più sgradevole da denunciare in quanto costituisce un'ulteriore gravissima offesa a tutte le vittime del terrorismo». «La nostra Associazione infatti - osservano - denuncia da anni il disprezzo verso il sacrificio e la memoria di chi ha pagato col sangue la difesa della democrazia in Italia, disprezzo che, dobbiamo constatare con amarezza, alligna purtroppo in vasti settori del mondo culturale, editoriale e giornalistico del nostro paese. La nostra Associazione ha sempre cercato di non partecipare a trasmissioni ed eventi pubblici connotati dalla presenza di ex terroristi, e riteniamo che l'invito all'on. Sabina Rossa sia stata un atto puramente formale di correttezza giornalistica. A nome dell'Associazione Italiana Vittime del terrorismo richiediamo con fermezza alla Rai di ottenere un egual tempo in trasmissione per ristabilire un equilibrio sostanziale tra Sergio Segio e la voce delle tante vittime del terrorismo».  

(FONTE: Adnkronos)

mercoledì 9 maggio 2012

GIORNO DELLA MEMORIA VITTIME DEL TERRORISMO. UN INTERVENTO DI ANTONIO CELARDO, PRESIDENTE DELL'ASSOCAZIONE TRA I FAMILIARI DELLE VITTIME DELLA STRAGE DEL TRENO RAPIDO 904

Anche quest’anno alle ore 10.30 si terrà al Palazzo del Quirinale la celebrazione della Giornata dedicata alle vittime del terrorismo. LAssociazione tra i famigliari delle vittime della strage sul treno Rapido 904 del 23 dicembre 1984  che ha la propria sede a Napoli  alla cerimonia, insieme a  cinque studenti (tre napoletani) figli di nostri associati, sorteggiati tra i vincitori delle borse di studio assegnate ai figli delle vittime dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Ministero dell’Istruzione.

L’istituzione di una giornata per ricordare le vittime del terrorismo e delle stragi è un fatto estremamente importante, di cui è ampiamente condiviso l'alto valore etico, politico e sociale.
Dobbiamo ricordare che in Italia, dal dopoguerra ad oggi, vi sono state innumerevoli stragi con un numero spaventoso di morti e feriti, ma che in nessuna di esse si è arrivati a colpire mandanti e ispiratori politici.

Furono anche i cittadini semplici, impegnati nella vita quotidiana che vennero colpiti, subendo lo stravolgimento della loro vita, del modo di stare insieme e, nonostante ciò, reagirono, non accettando quella violenza,respinsero il ricatto terroristico e si costituirono in Associazioni(la nostra si costituì a Napoli il 17 marzo 1985) per non far dimenticare il senso di quella violenza, le sue ragioni, le sue sofferenze. Da Piazza Fontana in poi furono i cittadini che reagirono unitariamente, cioè al di là delle sigle o dei gruppi di appartenenza e bloccarono i vari tentativi di stravolgere e condizionare la democrazia italiana a fronte delle ambiguità, delle inefficienze e della connivenza di parte dello Stato. È doveroso ricordare tutto ciò, è doveroso che quell’epoca di sangue venga conosciuta e che le ombre che ancora avvolgono quel periodo vengano diradate.


Non dobbiamo dimenticare le moltitudini di persone che hanno partecipato ai funerali e alle manifestazioni dopo la varie stragi a Milano, Brescia, Bologna ,Napoli e Firenze: alle ambiguità delle autorità  fu contrapposta una risposta ferma e decisa dei cittadini che in prima persona hanno impedito che con le stragi si arrivasse a stravolgere l’ordinamento repubblicano.
L’ articolo due della di legge n.56/07  pone l’accento sulla necessità che vi siano cerimonie in tutto il paese e che soprattutto vi sia, nelle scuole, la necessaria informazione/formazione che consenta di sviluppare percorsi formativi di cittadinanza attiva e di democrazia partecipata, coniugando ricordo, cono­scienza e formazione.
Abbiamo vissuto un periodo che è bene le giovani generazioni ( anche di Napoli e della Campania) conoscano e possano analizzare.
Riteniamo sia assolutamente necessario che la stagione delle stragi e del terrorismo non venga di­menticata e crediamo inoltre che quel periodo, con tutte le ambiguità istituzionali che hanno di fatto garantito l’impunità degli artefici e soprattutto dei mandanti, sia fatto conoscere alle giovani gene­razioni.

Perché questo è il punto: la scelta di dedicare una giornata di riflessione sulla nostra storia recente assume grande valore, ma ha un senso se si presenta come volontà istituzionale di capire le ragioni di quel terrorismo,perché ha colpito così, e per così lungo tempo l’Italia, accompagnando al ricordo la volontà esplicita di conoscere le dinamiche, anche quelle rimaste nascoste, e di comprendere per­ché non sia stato possibile fare sulle stragi completa luce.
Napoli e la Campania hanno attraversato una lunga stagione di sangue a partire dal 1978 e per tutti gli anni ottanta . Nel 1978 veniva ucciso dalle BR Raffaele Paolella docente universitario medico legale del carcere di Poggioreale, e negli anni seguenti : Nicola Giacumbi Procuratore Capo della Repubblica di Salerno,Pino Amato Assessore regionale ,Luigi Carbone agente di scorta e Mario Cancello autista dell'assessore regionale Ciro Cirillo, Raffaele Delcogliano Assessore regionale e Aldo Iermano suo autista,Antonio Ammaturo capo della Squadra mobile di Napoli e il suo autista Pasquale Paola, gli  agenti Mario De Marco e Antonio Bandera e il caporale Antonio Palombo;
Raffaele Iozzino componente della scorta di A. Moro, le 16 vittime della strage sul treno Rapido 904, le cinque vittime della strage di Calata S.Marco del 1988.

Facciamo appello in questa occasione  alla coscienza civile della città di Napoli, alle istituzioni locali in primo luogo alla scuola ,agli studiosi dei fenomeni criminali, agli storici,al mondo accademico, alla stampa di impegnarsi di più nel difficile compito di mantenere viva la memoria, perchè anche le nuove generazioni che non hanno vissuto direttamente quelle tragedie, possano conoscere i drammi e le sofferenze provocati dai quei tragici eventi.

ANTONIO CELARDO
Presidente ass. Familiari vittime strage rapido 904

VITTIME DEL TERRORISMO - A NAPOLI PREFETTO CONSEGNA ONORIFICENZE

Dieci onorificenze alle vittime del terrorismo per rendere omaggio a tutti quelli che si sono impegnati nella lotta. A consegnarle, ieri a Napoli, è stato il prefetto Andrea De Martino, in una cerimonia alla quale hanno preso parte i vertici delle forze dell'ordine, alla vigilia della Giornata della memoria per le vittime del terrorismo che si celebra oggi. «Nei miei incubi notturni tornano i bagliori dei colpi esplosi dalle armi contro la mia auto - ha raccontato Antonio Gagliardi, già procuratore di Avellino, vittima di un attentato, all'inizio degli Anni '80 da parte di un commando della Nuova camorra organizzata - all'interno della macchina piovvero un centinaio di proiettili, io sono stato colpito da sette di questi e mi sento un miracolato». Gagliardi lancia l'allarme per il ritorno del terrorismo, alla luce dell'attentato a Roberto Adinolfi, ad di Ansaldo, gambizzato ieri a Genova. «Il pericolo di un ritorno del terrorismo è concreto e reale». «Un rischio fondato - ha aggiunto - soprattutto oggi che si sta sgretolando quella società che all'epoca dello stragismo, con i partiti e le organizzazioni sindacali, si mostrò compatta nella lotta al terrorismo». Il prefetto Andrea De Martino ha indicato il sacrificio delle vittime del terrorismo come esempio per i giovani. «I valori di democrazia e libertà vanno arricchiti - ha sottolineato - L'esempio di chi ha dato la vita va fidato ai giovani perchè comprendano il valore delle loro azioni». Le onorificenze, conferite con decreto del Presidente della Repubblica, sono state consegnate ai cittadini residenti nella provincia partenopea , decorati nei due anni passati. Sei delle onorificenze sono alla memoria: il professor Alfredo Paolella, il vigile del fuoco Carlo La Catena, il vicequestore Antonio Ammaturo, l'agente Elio Pasquale Paola, il vicebrigadiere Antonio Mea, l'agente di Polizia Ciro Capobianco. Gli altri quattro riconoscimenti sono andati al sostituto commissario Vincenzo Sessa, ad Antonio Gagliardi, già procuratore di Avellino, Salvatore Barbuto, ispettore capo in pensione, e Salvatore Castaldi, agente di custodia attualmente in congedo. (ANSA).

mercoledì 2 maggio 2012

DUE ERGASTOLI PER L'ASSASSINIO DI ATTILIO ROMANO'

Poco fa è arrivata la sentenza di primo grado per l'uccisione di Attilio Romanò.  Il giovane di 30 anni assassinato dalla camorra il 24 gennaio del 2005 nel suo negozio di telefonia a Miano, perché scambiato per un'altra persona.   La terza corte di Assisse (presidente Carlo Spagna, a latere Salvatore Dovere) ha  comminatu due ergastoli: per  Marco Di Lauro (mandante) e Mauro Buono, esecutore dell'omicidio. Assolto invece Cosimo di Lauro per non aver commesso il fatto. Per Marco di Lauro anche sei mesi di isolamento diurno. 
La vittima predestinata dell'agguato era Salvatore Luise, nipote del boss degli scissionisti Rosario Pariante. Il killer però non lo conosceva e sparò ad Attilio Romanò, l'unica persona presente in quel momento nel negozio di telefonia gestito da Luise.  La famiglia di Attilio (la sorella Maria con la madre, Rita e la moglie Natalia Aprile), si è costituita parte civile. Con loro anche il Comune di Napoli e la regione campania.

martedì 1 maggio 2012

STRAGE DI BOLOGNA - PROCURA SCRIVE ALL'AVVOCATO DI CARLOS PER SAPERE COSA HA DA DIRE SULLA STRAGE

La procura di Bologna ha inviato una lettera per chiedere all'avvocato Gabriele Bordoni di spiegare su quali circostanze relative alla strage di Bologna voglia riferire il terrorista Carlos, che il legale assiste. La lettera è firmata dal procuratore Roberto Alfonso e dal pm Enrico Cieri. È l'ultimo sviluppo del'inchiesta bis sulla strage che il 2 agosto 1980 uccise 85 persone e ne ferì 200. A inizio mese Carlos 'Lo Sciacallò (Ilich Ramirez Sanchez, venezualeano di 63 anni) aveva inviato una lettera al legale dal carcere di Poissy (Parigi) dove è detenuto, per ribadire di aver cose da dire sulla strage e su altri fatti di sangue italiani. Bordoni, che ha intenzione di andare a Parigi per raccogliere la testimonianza di Carlos, ha fatto istanza ai pm bolognesi per chiedere che il terrorista sia sentito. Ora i pm gli hanno risposto che, visto che Carlos è già stato interrogato da Cieri nell'aprile 2009 (e in quel caso non emersero spunti per l'inchiesta), la procura vuol sapere quali nuovi dettagli voglia fornire. A quanto si apprende, solo nel caso emergessero effettive novità gli inquirenti potrebbero decidere di sentire nuovamente lo Sciacallo. Nel 2009 Carlos parlò genericamente di responsabilità di Cia e Mossad. Supposizioni non supportate da prove, o fatti di cui non aveva conoscenza diretta, sottolineano da allora gli inquirenti. Chiese anche di parlare davanti ad una Commissione d'inchiesta in Italia. Solo l'anno dopo si disse invece disponibile a parlare con magistrati. Di recente il nuovo appello. «Lo interpreto come un gesto di apertura che mi aspettavo dalla procura e da due magistrati che in questa indagine hanno fatto tutto quello che dovevano fare - ha spiegato oggi Bordoni - mi risulta difficile pensare che non avessero voglia di capire se fosse il caso di andare o meno a sentire Carlos. Non so cosa voglia dire. Se si perde in vaniloqui, va bene. Ma se invece dà spunti per l'indagine, sarà valsa la pena andarlo a sentire». L'inchiesta bis, nata dalle risultanze della commissione Mitrokhin, vede due indagati: Thomas Kram (terrorista delle 'Revolutionaere Zellen' legato allo Sciacallo) e Margot Frohlich, pure lei tedesca e legata a Carlos. I pm bolognesi hanno chiesto di recente l'autorizzazione a sentirli per rogatoria in Germania. (ANSA).